Pietre

•November 23, 2009 • 5 Comments

Hanno impiegato secoli per tirarlo su. E adesso, a distanza di cinquemila anni, non capiamo neanche cosa sia. Un santuario, va bene, ma di che tipo? Quali dèi, quali spiriti, vivevano (o vivono) là?

Avebury mette umiltà. E’ un cerchio di pietre gigantesco – fa sembrare Stonehenge una baracca. Per dare un’idea di quanto sia grande: c’è un intero villaggio, dentro. Con un pub stregato in cui servono una delle migliori pie che si possano mangiare. E un sidro del Suffolk che io, personalmente, adoro. E una buona scelta di single malts. Poi c’è l’antiquario locale, amico mio e di Paola, che sembra uscito da un libro di quelli divertenti. Vive da sempre in mezzo alle pietre e ne parla come se fossero persone – amici divertenti, di quelli che ti fanno ubriacare ma poi ti riportano a casa sano e salvo.

Le pietre. Gigantesche. Pesantissime. Vederle in fila, in un cerchio tanto grande da non poterlo distinguere, mette umiltà. Avebury è Incanto allo stato puro, è un’esperienza poetica – un gigantesco, sconfinato monumento alla tenacia umana, alla voglia di superare la Carne. Era la preistoria, vedete, quando lo hanno costruito. Erano tempi in cui gli animali non erano solo cose da mangiare, ma anche cose che ti mangiavano. In cui il Wiltshire, e tutta l’Inghilterra, erano ricoperti da foreste (di quelle vere – non giungle ridicole alla Lost). C’erano dei tizi per i quali la sopravvivenza quotidiana era un problema – trovare da mangiare, combattere le malattie, e il freddo, e le inondazioni. E trovavano il tempo, la voglia, la capacità, di prendere queste gigantesche pietre e farci un tempio.

E non solo. Dopo il tempio hanno fatto una fortificazione. E, non paghi, hanno tirato su un’intera collina artificiale. Una collina artificiale. E neanche conoscevano la scrittura – tutto lavoro di braccia, ingegno e passione. Una collina. E quelli erano i selvaggi, i superstiziosi, gli stupidi.

C’è una poesia, in questo, che i seguaci di Richard Dawkins non capiranno mai. Si creda o no alla magia, agli dèi, Avebury non è utile o inutile: è bellissimo. Come lo è la campagna del Wiltshire, aspra e dolce al tempo stesso, più cattiva di quella del Kent (che alla lunga, annoia), piena di fango e panorami e cavalli bianchi scolpiti nei fianchi delle colline. Una volta abbiamo partecipato a un rituale di solstizio, ad Avebury – ed è stato tanto potente che lì per lì ho fatto un pensierino al diventare un druido (poi ho deciso che la barba bianca non mi dona). Questa campagna, e queste pietre, mettono fiducia nell’umanità – mi ricordano perchè, di tanto in tanto, mi entusiasma farne parte.

E per questo gli voglio bene.

Mi piace, non mi piace

•November 17, 2009 • 4 Comments

Chi ricorda “Il petalo cremisi e il bianco”? Qualche anno fa era di moda: a Roma vedevi perfino gente che lo leggeva nei mezzi pubblici (e vedere gente che legge nei mezzi, a Roma, è raro).

Ricordo di averlo comprato con grande entusiasmo. E di averlo iniziato con grande entusiasmo. Mi piace molto l’Era Vittoriana, più da un punto di vista estetico che filologico (è uno spoiler su Alice? sì, e non solo), e la storia parlava di una prostituta giovane e bella, e quando si parla di donne giovani e belle, io ascolto sempre volentieri. Insomma: volevo tanto leggerlo. E volevo che mi piacesse. E non l’ha fatto.

Perchè? Perchè è troppo, troppo furbo. La storia si regge sul niente, e finisce con un niente di fatto. Grandissima descrizione d’atmosfera, va bene. Ma se voglio atmosfera e basta vado al London Dungeon, alle giostre. Da un libro voglio anche altro.

Poi c’è il Pendolo di Foucault. Come tutti gli altri romanzi di Eco, lo considero più o meno palta: Eco scrive da accademico e si vede. A differenza degli altri romanzi di Eco, però, sulla carta lo trovavo interessante. E fino a un certo punto lo è stato. Ma il finale! Se Eco non fosse un professore universitario, per un finale del genere sarebbe stato spernacchiato. Siccome lo è, viene acclamato. Però quello non è un finale da scrittore onesto. Quello è un finale a tema, a chiave, a morale, non il finale di una storia ma quello di un sermone. E io non voglio sermoni, grazie.

Sto guardando Lost (niente spoiler, please: sono solo alla seconda stagione) e lo trovo davvero pessimo. Una delle cose peggio scritte che abbia incocciato di recente. I dialoghi sono ridicoli, i colpi di scena penosi (non li puoi preparare con un flashback in una puntata: costruiscili, cacchio), i personaggi degli isterici (con uomini che fanno gli uomini e donne con i capelli al vento, ma anche un po’ dure: più clichè di così, solo le pubblicità di Toscani e i libri di Baricco). Per non parlare della tenuta narrativa del tutto: trame che vengono dimenticate e riprese, personaggi che fanno capolino quando serve alla storia e poi boh, se ne vanno, eccetera. Certo che è meglio di Don Matteo (c’è dietro un minimo di professionalità e si vede), ma Don Matteo non è neanche vera Tv.

Ma sto anche leggendo Under the Dome (anche qui, niente spoiler, please: ci potrebbero essere lettori che ancora non l’hanno neanche preso in mano, e io stesso sono più o meno a metà). E mi trovo a macinare pagina dopo pagina. Leggo anche ‘interpretazioni’, fin troppo ovvie, in chiave politica, ma trovo che manchino il punto. E’ una grande storia, con grandi personaggi. Resta al di sotto, almeno per ora, del vero capolavoro del King recente (From a Buick 8, sottovalutatissimo), ma è sempre formidabile piombare nel mondo costruito da un grande narratore.

E ripenso a Graveyard Book, di Gaiman. Che non c’entra niente ma è, secondo me, il miglior libro che Gaiman abbia scritto. Lasciate perdere il finale, lasciate perdere l’utilizzo dello strumento, abusato, della profezia come motore della trama: il bello del Graveyard Book sono i personaggi, la storia, il mondo. Tutto delicato e forte al tempo stesso, e non tutti i romanzi devono necessariamente basarsi su idee nuove. A volte i nuovi feeling sono più che sufficienti. Ma questo contraddice quello che ho detto sul Petalo Cremisi e il Bianco?

Forse.

E allora il punto è: difficile dire quale sia il motivo per cui una cosa mi piace o no. Le belle storie non sono scienza, sono magia – le puoi spiegare fino a un certo punto, ma poi devi chiudere gli occhi e saltare. E’ magia: non la interpreti, te la godi, ne parli, ma non la interpreti, non la analizzi. Non perchè altrimenti la rovini, ma perchè non serve: se provi a fare a fette l’Incanto, quello ti morde il culo e scappa via.

Magia.

Una banda di idioti

•October 30, 2009 • 18 Comments

E non parlo del libro.

Parlo di (alcuni) giornalisti.

Halloween si avvicina. Io sono entusiasta – mi piace Londra in questo periodo. L’autunno colora gli alberi, Halloween colora le vetrine, e i colori, tinte calde di rosso e arancio, sono tra i miei preferiti. E poi Samhain è una notte importante: i confini tra i mondi sono sottili, ed è possibile, se guardi bene, scorgere frammenti di altri Aspetti.

Nel frattempo, però, bande di idioti depongono le uova. Leggete qua, sul Corriere di Bologna: scopriamo che Halloween è il Capodanno di Satana (già lo vedo, quel vecchietto, che compra miccette ai nipotini). E scopriamo che la Wicca insegna che in questa notte ‘ogni sete di potere verrà appagata’. E varie altre cose, insomma, leggete, non è lungo.

Allora: questo articolo dice il falso. Non è questione di opinioni: gli intervistati, quelli del Gris, sono ignoranti. Almeno in questo campo – magari sono un gruppo di esperti di botanica. Ma di religioni e magia, evidentemente, nonostante il ruolo che si sono appuntati, non ci capiscono niente. La Wicca non dice niente di simile, Samhain non è mai stata una notte legata a Satana, il satanismo in genere non è un pericolo sociale, il neopaganesimo poi è un’altra cosa,  e di rosari, grazie, ma non c’è proprio bisogno.

E questo sarebbe grave, ma rientrerebbe nei soliti fenomeni legati a paura e odio, tanto comuni in gente così. La cosa davvero grave è la fonte della notizia: il Corriere di Bologna la pubblica senza commenti, senza spiegazioni, senza nulla. Un signore X che legge questo articolo – che motivo avrebbe per non crederci? La fonte è affidabile, e chi meglio di un prete, per parlare di religione? Mi verrebbe da rispondere ‘chiunque – tranne un giornalista’.

Ecco, se l’Ordine dei giornalisti valesse a qualcosa, avrebbe già dovuto richiamare chi ha scritto quell’articolo e chi l’ha pubblicato. Perchè qui non si tratta solo di dire il falso: si tratta anche di seminare odio. Due cose che una stampa seria non si può permettere.

Ma andiamo avanti. Repubblica, che tanto spesso si auto-riconosce un ruolo di Autorità Morale, pubblica sul suo sito un’altra notizia sconvolgente: nella notte di Halloween ci sono torme di satanisti che vanno in giro a rapire gatti. Per poi, ovviamente, sacrificarli. Ma leggete le perle dell’articolo: ‘anche in Emilia’, scopriamo, ‘volontari anti-satanisti sorveglieranno i cimiteri nella notte di Halloween in difesa dei gatti neri, probabili obiettivi di una setta satanica’. E si arriva a deliziose vette di Feng Shui, con Mirandola, posto pericolosissimo (cazzo, Mirandola! se non è pericoloso Mirandola!) perchè lì ‘è localizzato (sic) la punta sud-est del pentagono delle bestie di Satana’.

Ora. Questi volontari saranno anche mossi dalle migliori intenzioni  – dopotutto, se la stampa bombarda di notizie sui pericoli del satanismo, che qualcuno inizi a crederci è anche prevedibile. Fatto sta che quello che fanno è squisitamente inutile. Tra tutti gli animali che NON vengono sacrificati in riti vari, i gatti vengono sacrificati particolarmente poco – ne vengono fuori ottimi famigli, mica uno è scemo, a sprecarli così.

E questa immagine di bande sataniche che si aggirano a rapire gatti, combattute da bande di animalisti, è francamente ridicola. Poi: in Italia i cimiteri, di notte, sono chiusi. Pattugliarli è quanto meno difficile, con buona pace di Buffy. Ma è una cosa da poco – magari pattuglieranno là intorno, non lo so.

Ancora una volta, non è questo il punto. Il punto è che è un articolo apparso sulla versione web di Repubblica. Ancora una volta, senza commenti, senza nulla. Ancora una volta, creando allarme sociale, e spaventando persone reali, concrete, che magari hanno un gatto e gli vogliono bene. O che hanno un figlio che legge grimori ed è una persona sveglia, ma rischia di essere bollato come ’satanista’ e schiaffato in cura da un prete.

Ancora una volta, chi ha scritto questo pezzo (o meglio: chi ha copiato e incollato il lancio stampa, perchè di questo sembra trattarsi) e chi l’ha fatto passare andrebbero ripresi severamente.

Questa gente è pericolosa: crea paura, crea odio. Crea Salem.

Ora. Non voglio fare di ogni erba un fascio. Io stesso scrivo spesso per XL (ma no, non sono iscritto all’Ordine nè lo voglio), e conosco molta gente in gamba che lavora in molti giornali diversi. Ma nascondersi dietro un dito è stupido. Una classe professionale che permette che accadano queste cose ha bisogno di essere profondamente riformata. No: ripulita. Perchè sembrano cazzate, piccolezze, ma è di piccolezze che è fatta la vita quotidiana. Piccoli odi. Piccole paure. Piccole violenze.

Raccontavo a un amico inglese che queste notizie in Italia appaiono su giornali di importanza pari, fatte le dovute proporzioni, a quella del Times. Lui ha riso, senza credermi.

Ecco, appunto.

My kindle love story

•October 26, 2009 • 18 Comments

Ok. E’ da un po’ che gioco con il Kindle, e lo posso dire: è formidabile. Mi aspettavo parecchio – ma è meglio.

Ho tutto Charles Fort, tutto il Conan originale, tutto Lovecraft e tutto Shakespeare. Per averli ci ho messo  qualcosa come cinque minuti, e la spesa totale è attorno ai sei-sette pound. Ah, e ci posso fare ricerche: la prossima volta che dovrò ritrovare il primo uso in assoluto della parola ‘teleportation’ non dovrò scartabellare in duecento posti diversi. E’ possibile anche sottolineare e prendere appunti. Se editori o amici (GL, attacco cosa-sai questa settimana, finalmente) mi spediscono file, li carico su Kindle e via. Mi arriva il Times ogni mattina – senza immagini, vero, ma anche senza muovere le terga da casa, e spendendo meno che con un abbonamento al cartaceo.

L’esperienza di lettura, poi, è liscissima. Per i primi cinque minuti pensi di star leggendo da un ebook. E quindi, se lo aspettavi dici ‘wow’, se lo temevi dici ‘urgh’. Dopo i primi cinque minuti smetti di emettere versi e leggi e basta.

Su una cosa ho cambiato idea. I prezzi. Capiamoci: sono ancora convinto che i prezzi per gli ebook siano troppo alti, anche perchè, tagliando carta e distribuzione, tagli i due costi più grossi (si, l’autore è ben lungi dall’essere il costo più grosso della catena produttiva di un libro…). E sono convinto che tenere i prezzi così alti sia una politica sbagliata. Ma adesso penso che sia sbagliata solo a livello di immagine.

Mi spiego. Se prima ero convinto che a parità di prezzo avrei comprato un libro cartaceo, adesso non lo sono più. L’archivio funziona bene, Amazon me ne conserva una copia online, e soprattutto non-mi-ingombra-casa. In alcuni casi voglio ancora il cartaceo, certo. Ma in molti altri, a parità di prezzo, comprerei comunque l’edizione elettronica. Resta il fatto che la carta non c’è, ed è giusto che il prezzo cali.

A proposito: sto ragionando su alcune cose che forse vedrete, se trovo qualcuno che mi segua.

Comunque. La domanda è: cosa compri, quando compri un libro? Un oggetto o un’esperienza? Io voto esperienza. Ok, la carta e l’odore e cazzate varie, ma siamo seri. Quanti di voi comprano codici miniati, o edizioni originali di Crowley? Io leggo un sacco di letteratura di genere, che significa un sacco di paperback. E quando sono fantasy, sono paperback lunghi e poco maneggevoli. Perchè non dovrei preferire un’edizione meno ingombrante e più comoda?

Poi, se Barker si decide a fare il terzo volume di Abarat, mi precipiterò a comprarlo cartaceo, e se la copertina di Alice sarà bella come potrebbe (non fatemi aggiungere altro), di sicuro sarà un valore aggiunto, che come lettore mi spingerebbe a preferire il cartaceo. Quindi: non è che la carta muoia del tutto. Ma per molte cose l’ebook è più efficace. Tra un paperback  e la sua versione elettronica, la seconda vince a piene mani. Se La Ragazza dei miei Sogni uscisse in versione elettronica domani, ne sarei felicissimo.

Non so come andrà in Italia. Molti Italiani i libri li comprano solo per arredare (anche a me i libri piacciono, come arredamento, ma è un effetto secondario). Comprano oggetti, non esperienze. E quindi gli ebook potrebbero metterci un po’ di più a farsi strada. Ma solo un po’.

Al solito: il punto non è se, ma quando. E ‘quanto prima’ è la risposta che auguro ai miei amici che ancora vivono in Italia…

Parliamo del Kindle

•October 8, 2009 • 23 Comments

Ho messo in preorder il Kindle di Amazon.

Finalmente è disponibile in tutto il mondo. Compresi gli UK. Compresa l’Italia.

Ed è una rivoluzione.

Ora. Quando si parla di ebooks, sia tra gli scrittori, che tra gli editori, che tra i lettori, si scatenano reazioni a pelle. Reazioni violente. C’è chi dice che l’odore della carta è insostituibile, la sensazione tra le dita, eccetera. C’è chi dice che la pirateria ci farà morire di fame, noialtri scrittori, e ucciderà l’editoria eccetera.

Voglio dire come la penso io.

Primo. Penso che alcune cose non siano soggette a opinioni. Quando una tecnologia c’è (Dollhouse docet), viene usata. Punto. Quindi qui non è questione di capire come ‘proteggersi’ dagli ebook, ma di come usarli creativamente. Cercare di bloccarli non è una  mossa commerciale sensata: è stupida. E dietro molti discorsi fatti da ‘addetti ai lavori’, c’è un desiderio di questo tipo (avete idea di quanto guadagnino, in questo momento, le poche industrie produttrici di carta? ecco, appunto, quando grossi nomi parlano di ‘odore della carta’, interrogatevi…).

Piacciano o no, stanno arrivando, arriveranno presto. La tecnologia è già qui ed è economica: i prezzi sono tenuti artificialmente alti da interessi di altro tipo, non dalla complessità della tecnologia richiesta. Interessi e paure. Comprensibili, certo: se vi dovessi dire che io per primo non sono un po’ spaventato, mentirei. Ma una cosa è avere paura, un’altra è farsi mettere sotto da un’automobile a fari spianati.

Una cosa deve succedere presto, o saranno dolori: gli editori devono capire e muoversi per tempo. Pochi, nel mondo anglosassone, lo stanno facendo. Al momento un ebook nuovo costa poco meno di un libro fisico, e questa è una follia – è ovvio che molti preferiranno comprare il libro fisico, perchè è un oggetto e dà una sensazione di possesso maggiore. E poi, certo, è innegabile che una bella edizione sia piacevole da maneggiare.

Però un libro elettronico non prende polvere. Non occupa spazio (chi non capisce come lo spazio possa essere un problema  molto serio, o è ricco o non è un lettore hard core). E’ facilmente consultabile. Poi, da un punto di vista economico, a un editore conviene parecchio assortire libri elettronici (costi di magazzino tendenti a zero, niente assicurazioni da pagare, distributore molto più economico… eccetera).

Ma se i prezzi dei libri elettronici restano troppo alti, ecco cosa succederà:

1. I lettori si romperanno i coglioni. Visto che hanno già una tecnologia come il Kindle (o similari), inizieranno a piratare di più. E’ più faticoso piratare un libro che un disco, ma si può fare, e non bisogna mai sottovalutare la pazienza delle persone.

2. Si genererà una massa critica di libri pirata facilmente disponibili.

3. Quando gli editori si decideranno a fare una seria politica di libri elettronici, il pubblico sarà abituato all’idea (perniciosa e criminale: sia chiaro come la penso) che i libri debbano essere gratis, e non pagheranno il nuovo, più realistico, prezzo di mercato.

4. Perdono tutti. Gli editori che guadagnano di meno. Gli scrittori che guadagnano molto di meno. I lettori che hanno prodotti editoriali di qualità inferiore (non è che editare un libro per lo schermo sia più facile che editarlo per la carta).

E’ già successo nella musica. Perchè ripetere gli stessi errori?

Ora. Non voglio dire (perdonate se insisto, ma per me è una faccenda importante: è anche il mio futuro che è in ballo) che un libro che costa dodici pound debba essere venduto, in versione elettronica, a tre. Ma neanche a dieci. Diciamo, sette, otto? Si potrebbe provare e vedere come va. Io scommetterei bene.

Poi una considerazione personale. Io adoro l’idea dei lettori di ebook. La adoro. Posso comprare un sacco di vecchie cose di sf e fy e horror, quasi introvabili, a prezzi stracciati. Posso assorbire costi di stoccaggio e trasloco. Posso portarmi appresso, quando viaggio per lavoro, tutto quello che mi serve, facilmente ed economicamente. Quando vivevo da solo, vivevo praticamente in una biblioteca. E sto riempendo casa londinese mia e di Paola di libri, a livelli impensabili. E’ quasi più contenta lei di me, per il Kindle.

Non smetterò di comprare libri fisici, ma sono contento di poterne comprare vari su Kindle. Tanti saggi, ma anche romanzi che avrei comprato in paperback, e racconti (i racconti saranno la prima killer application dei lettori di ebook, segnatevi quello che dico).

E sto pensando: mi piacerebbe scrivere qualcosa di studiato per questo formato. E’ una nuova sfida, una nuova frontiera. Non cancella le altre, ci si aggiunge.

E, che vi devo dire? A me le nuove frontiere divertono sempre.

Poco tempo

•October 5, 2009 • 8 Comments

Poco tempo e moltissime cose da fare: ecco come riassumere questi giorni.

E metto online un’insalata di idee, in mancanza di meglio.

Qui negli UK sta tornando di moda lo Steampunk, o così pare (con tanto di mostre a Oxford). Molto bene.

Ho scoperto una narratrice, classe 1986, bravissima, Alex Bell. Anglofoni: leggete Jasmyn, il suo ultimo libro. Non è una giovane scrittrice, è una scrittrice e basta. Avercene.

Anche The Magicians, di Lev Grossman, è notevolissimo. Peccato per il personaggio principale, che mi stava troppo, troppo, troppo sulle balle. Forse era voluto, ma è riuscito a colpire perfino me, che i personaggi che stanno sulle balle un po’ li amo.

Ah, e poi Joss Whedon è un genio. Sto vedendo Dollhouse (no spoiler, please!), e mi dico: ma come si fa a diventare tanto bravi? Mi do una risposta e mi rimetto al lavoro.

Dispacci dalla Steamland

•September 28, 2009 • 14 Comments

Eccoci qui, come promesso, per un’infornata di notizie su Alice.

Partiamo da quelle generiche. Il libro è pronto. C’è da fare i passaggi di editing, quindi il pacchetto non è ancora chiuso. Ma dopo otto anni (otto anni: da studente a professionista, da romano adottivo a londinese adottivo, da… insomma, da tanto a tanto altro), il libro c’è.

Ed è la cosa migliore che io abbia mai scritto.

Lo so che si dice sempre, ma non ha senso scrivere cose nuove, se non pensi che siano migliori delle vecchie. Non è retorica, ‘it comes with the job’.

Cosa posso dire del libro in sè?

Vediamo. E’ nerissimo – e anche grottesco, perchè se non cazzeggio almeno un po’, non mi diverto. Parla sia del nostro mondo che di altri. C’è molta nebbia, allucinazioni, e poi le cose che davvero contano nella vita – magia, sesso, amore e amici. Alice è un’antropologa perchè mi piacciono gli antropologi, ma non c’entra davvero niente con Giovanni. E’ un libro da leggere velocemente. O almeno: io l’ho scritto perchè fosse letto velocemente. Se poi ci sia riuscito o no, lo vedrete voi.

E’ radicalmente diverso da Pan. Radicalmente. Molti di quelli cui Pan è piaciuto potrebbero trovarlo… strano. E magari gente del tutto nuova ne sarà conquistata. Non lo so. Il punto è che è tanto, tanto diverso. Come ho detto in passato, non volevo che tutto quello che si è detto su Pan, sull’urban fantay, eccetera, mi trasformasse già in una copia di me stesso. E quindi ho buttato a terra il tavolo e ricominciato.

E per ora basta sbrodolarsi. Parliamo di date e luoghi.

Luoghi, prima di tutto: Alice uscirà per Salani. Questo per vari motivi. Il più importante è che ho trovato, dentro Salani, interlocutori bravi, appassionati(ssimi) e goderecci – tre cose fondamentali. In questo libro crediamo tutti, e una squadra che lavora insieme è capace di meraviglie (provate a picchiare un tizio. poi provate a picchiarne dieci. ecco, appunto).

Poi. Io volevo che Alice fosse Salani, e così è stato. Ma volevo anche, con forza, che non fosse Marsilio. I motivi sono privati, e l’editor di Pan, Errico Buonanno, è un amico di cui ho la massima stima. Comunque da Marsilio me ne vado contento. Troppe cose, là dentro, non hanno funzionato.

Tempi: non brevissimi. Se ne riparla a tarda primavera – inizio estate 2010. Lo so che sembra molto, ma per impacchettare per bene un libro è davvero il minimo. E ai lettori io ci tengo, e anche Salani, a quanto vedo.

Vi aggiorno in tempo reale su tutto.

Il viaggio è incominciato: il Coniglio corre.

Bisogna vedere chi è che insegue, e chi viene inseguito…

Alice

•September 25, 2009 • 6 Comments

Alcune storie le ho sentite nella Londra che non fu.
3 Ottobre 1862. LʼImpero Britannico è nebbia e vapore.

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[A lunedì, per annunci e altro]

Prossimamente…

•September 24, 2009 • 5 Comments

…novità su Alice.

Alice

Scopro che…

•September 17, 2009 • 27 Comments

…sta per uscire una storia a fumetti.

Autori: Elia Morettini e Vanessa Cardinali.

Titolo: Pan.

Di che parla: un rivisitazione dark e lisergica di Peter Pan.

E no, non c’entra niente con il mio libro. L’ho scoperto per puro caso, saltando di blog in blog. Curioso, no?

La storia non è ancora uscita. Quindi, ci tengo a dirlo, non sto insinuando ‘è un plagio’. Sarebbe arrogante. Mi farò procurare il fumetto da qualcuno in Italia, quando esce, perchè mi incuriosisce, tutto qui.

Credo sia pura sincronicità. Dubito che uno che voglia copiare lo farebbe in modo così esplicito – quindi sono solo sinceramente curioso. Poi magari la storia mi smentirà. Ma dovessi scomettere soldi, li scommetterei sulla sincronicità, e in bocca al lupo agli autori.

Resta un fatto: l’editore avrebbe potuto almeno fare attenzione al titolo. Considerato che una rivisitazione eccetera l’avevo già fatta io e si chiamava Pan. In Italia. Poco fa. Insomma, ci siamo capiti.

Se in redazione non l’hanno notato, hanno fatto molto male il loro lavoro.

Se lo hanno notato, anche.

Pare solo a me?