Ebook war

•February 1, 2010 • 31 Comments

Ieri non si è parlato d’altro: c’è stato un (civile, nei toni espliciti) litigio tra Amazon e Macmillan, uno dei più grossi editori al mondo. E questo è un post lungo, preparatevi.

In sostanza: Macmillan, a seguito degli accordi stretti con la Apple, voleva aumentare il prezzo dei suoi ebook anche su Amazon. Amazon ha risposto picche. Macmillan ha insistito. Al che Amazon ha fatto un atto di forza: ha tolto dal suo sito americano i libri Macmillan. Tutti. Cartacei ed elettronici.

Sgomento globale.

Poi Amazon ha pubblicato una lettera al pubblico. Dicendo che  presto i libri dovranno tornare, perchè un libraio senza una fetta così grossa di catalogo è un libraio monco. Resta il fatto che per Amazon il prezzo richiesto da Macmillan è troppo alto, e starà ai lettori decidere chi ha ragione.

Questo il succo della ‘ebook war’, brevissima e violenta come tutti i fenomeni Internet.

E’ stato un momento fondamentale, credo, per il mercato degli ebook. Uno in cui elementi di forza e di debolezza sono risultati evidenti.

Cominciamo dal principio. Molti lettori hanno, nei confronti degli ebook, aspettative assurde. Un ebook non può costare quanto un caffè. Il fatto che arrivi sul vostro ereader soltanto un insieme di parole, non significa che mettere insieme quelle parole sia a buon mercato. Uno scrittore deve essere pagato, perchè scrivere è un lavoro, e deve essere pagato bene, perchè non è un lavoro facile (al solito, non è arroganza: vi dico sempre, onestamente, come la penso, poi liberi di dissentire). Un editore, idem: gli editori sono un passo fondamentale nella macchina-libro, uno con cui spesso si scornano sia autori che lettori, ma uno senza il quale entrambi i poli farebbero peggio. Poi ci sono i costi dei libri cartacei, da tenere in considerazione. Un prezzo di ebook troppo basso deprezza il cartaceo, e il cartaceo costa e non è possibile (nè auspicabile) smettere di produrlo, e quindi… eccetera. Insomma: un ebook non può costare troppo poco.

E’ anche assurdo che un ebook costi troppo. E’ vero che comprando un ebook non hai un ‘oggetto’. E’ vero che non hai roba tra le mani. Ed è vero che vendere un ebook ha costi molto, molto, molto minori rispetto al vendere un libro tradizionale.

E quindi. Qual’è il giusto prezzo? Questo dipende molto non solo dagli ebook venduti, ma anche dalla percezione degli utenti. Io credo che Amazon si avvicini a prezzi giusti: attorno ai dieci dollari per un libro appena uscito, forse lievemente di più per prodotti particolari (cartacei molto grossi a tiratura non altissima, per esempio). E meno per libri più vecchi, o che interessa diffondere per vari motivi di marketing.

Ma non sono un economista, quindi forse sto dicendo sciocchezze. Il punto è: un ebook deve costare sensibilmente meno di un cartaceo. Questo è un fatto. Che Amazon riconosce. Che Macmillan riconosce di meno.

Quindi Amazon fa parte dei buoni?

Sì e no. Perchè qualcuno risponde: occhio, però, che così ammazzi le librerie locali. In Italia il problema degli ebook ancora non si pone, perchè non sono statisticamente rilevanti – in America e, in misura minore, in Inghilterra, sì. Qui, se vai in giro, di Kindle ne vedi. E una politica di prezzi troppo bassa ammazza i ‘piccoli’, che hanno un ruolo importante: come dire, il libero mercato del tutto libero non ha mai fatto un gran bene.

Però non scherziamo. Qui non stiamo parlando di regole etiche: qui stiamo parlando di due colossi che si danno battaglia. All’etica in senso astratto nessuno dei due è interessato, non perchè siano cattivi, ma perchè è nell’ordine delle cose che vada così. Sinceramente non credo che il CEO di Macmillan stia dicendo “i librai locali! giusto cielo, i librai locali! poveri, poveri…”. Nè credo che il CEO di Amazon stia dicendo “ahahaah! librai locali! è giunta la vostra oooooraaa!”. Lo dico perchè, in alcuni forum e blog americani, sembra questo l’umore.

A me sembra più sensata la politica di Amazon, ma, come dicevo in un commento al post precedente, Macmillan avrà le sue ragioni. Quali? Questo non lo so, non riesco a capirlo, perchè da un punto di vista economico, in quel particolarissimo mercato che è la Rete, la politica di Amazon mi sembrerebber far fare più soldi a tutti – editori, autori, librai (tranne i piccoli, e questo, ripeto, è un problema vero: nessun monopolio è mai un bene). E far contenti i lettori.

Quindi. Qual è la posta in gioco? Che tipo di mercato ha in mente Macmillan? Viviamo tempi interessanti.

Speriamo non nel senso cinese.

iPad

•January 29, 2010 • 13 Comments

Rubo dal blog di Recchioni:

Dare steroidi a cavalli e persone è considerata cattiva norma, se cavalli e persone non sono malati.

L’iPhone e l’iPod touch non sono malati.

Perchè dar loro steroidi?

Sono completamente d’accordo con quanto detto da Recchioni, e cioè: il pubblico dell’iPad sarà, probabilmente, a bassa alfabetizzazione tecnologica (più fighetti che non mancano mai).

Poi sbaglierò, come accade sempre con le profezie tecnologiche…

Ma su una cosa mi impunto: chi dice che è un sostituto per un e-reader, o anche soltanto qualcosa di simile a un e-reader, lo fa per due possibili  motivi. Primo, se è una grossa azienda che produce libri, perchè ha stretto contratti con la Apple che le permettono di vendere ebook a prezzi che non sono da ebook. Secondo, perchè non ha mai usato un e-reader in vita sua e, per insondabili motivi, pensa di poterne parlare.

Una cosa, però, aggiungo, per non sembrare arrogante (dopotutto la logica che applico agli altri vale per me: l’iPad l’ho vista solo in fotografia). Questa dell’iPad è così chiaramente una cazzata che non può essere una cazzata: la Apple ha fior di analisti. Mi ci arrovello da ieri. Davvero il pubblico low tech e i fighetti bastano? O c’è qualcosa che mi sfugge? Forse c’è qualcosa.

Cosa, non so.

Nova

•January 28, 2010 • 5 Comments

Sull’inserto Nova del Sole 24 ore di oggi dico la mia sugli ebook.

Se la cosa vi interessa…

[Addenda]

Ho letto l’articolo e l’ho trovato molto bello: varie voci che dicono cose diverse.

Faccio solo due commenti.

Il primo: quando dico che adesso ai libri diventa possibile accedere come a un servizio, mi riferisco non solo ai reader dedicati, ma anche alle varie applicazioni connesse. Chi è interessato ai dettagli può leggere qui.

Il secondo: Nicola Lagioia. Forse è stato limitato dalla brevità del formato-articolo, ma quello che dice mi pare un chiaro segno dei problemi che stanno avendo gli operatori del settore (soprattutto italiani) a capire cosa è un ebook. Tanto per cominciare dice che ‘più della Recherche di Proust è difficile scrivere. E l’hanno scritta sulla carta e per la carta’.

Chiamare in campo Proust parlando di ebook è dire, in modo senza dubbio più elaborato, ‘i bei tempi di una volta!’. Il tipo di formato narrativo dentro cui Proust lavora è un formato nato con e per la carta. E, tra parentesi, se hai un reader, sai che la Recherche su ebook reader si legge molto bene.

Però altri formati narrativi possono nascere, e non ha senso dire che ‘di più non si può fare’. Ha fatto di più Proust o Tolkien? E’ più forte Hulk o La Cosa? E’ più bello Maus o Se questo è un uomo?

Parlando di formati. Lagioia prosegue dicendo che si può pensare ad aggiungere elementi multimediali a un ebook, ma questo sarebbe un impoverimento del testo scritto. Ora, io non parlerei di impoverimento, ma sulla sostanza sono d’accordo: non è l’inserimento di multimedia, il bello degli ebook.

Epperò: chi ha mai detto che lo sia? Lagioia prima decide che negli ebook si mettono animazioni, e poi decide che metterle non va bene. Tutto da solo.

Intendiamoci: non uso faccine, ma sono serio a metà. Pensieri simili a quelli di Lagioia li fanno tutti, prima di giocare un po’ con un vero reader e capire che cosa fa e cosa no. Trovo problematico, semmai, che lui (come tanti altri), facendo questo lavoro, con un reader non abbia mai giocato (o così pare a me).

La mia non vuole essere una polemica. Punti di vista diversi, è il bello del mondo.

Quello che voglio dire è: invece di pensare a quanto è bello Proust, occorre che in editoria ci diamo tutti una svegliata in fretta. In fretta nel senso di mesi, non di anni. E capire che c’è un tempo nuovo che già batte alle porte. Altrimenti questo tempo ci travolgerà.

E sapete cosa? Ce lo saremo meritati.

Pan e i pirati

•January 20, 2010 • 24 Comments

Non ho un’idea precisa sulla pirateria di libri.

Secondo alcuni aiuta le vendite, secondo altri le ostacola. Altri ancora dicono: “non influisce!”. Io credo che qualsiasi opinione sia, al momento, prematura. Non abbiamo abbastanza dati in nessuna direzione (e da fortiano, io anche ai dati credo poco).

Ad ogni modo: mi segnalano che Pan è stato piratato e messo in Rete. La qual cosa, considerata la trama del libro, è piuttosto ironica.

L’ho già scaricato. Chiunque l’abbia messo online ha fatto un buon lavoro: la cartella arriva con il libro in diversi formati. Non all’altezza della versione stampa, ma molto buona davvero.

Qui i dettagli del download, disponibile su emule.

Perchè ve li do? Perchè il libro è là fuori e negarlo sarebbe stupido. Perchè un’edizione digitale legale al momento non c’è (e che gli editori si diano da fare, perchè il pubblico, invece, c’è). Perchè se leggi l’edizione pirata di un libro e ti piace, poi vuoi averlo, lo compri. Vuoi premiare chi lo ha scritto. Spero.

Se non ti piace abbastanza, beh, dovrò fare di meglio la prossima volta. Io voglio arrivare alla pancia dei lettori, gli altri organi non mi interessano. Ed è la pancia quella che ti fa dire ‘questo lo voglio’. Se lo dici di cervello, c’è qualcosa che non va.

Insomma: il Gran Dio Pan infesta la Rete.

E sapete, non è un tipo raccomandabile…

Joss Whedon è il mio eroe

•January 19, 2010 • 6 Comments

Alcuni di voi lo sanno già: ho una insana passione per Joss Whedon.

No, aspettate, non c’è niente di insano. E’ passione e basta. Qui parliamo di uno dei più grandi cantastorie viventi, uno dei più duri, e uno dei più dolci. Ieri sera ho visto Serenity, concludendo la (troppo breve) saga di Firefly.

Il concept della serie è: ci sono dei cowboy. Nello spazio. Ah sì: ci sono anche i cannibali. Sempre nello spazio.

In mano a chiunque altro sarebbe stato una porcata, o una divertente trovata camp. In mano a Whedon è epica, è commedia, è tragedia, è un inno alla libertà, alla lotta, alla fede in se stessi.

Come spesso mi capita quando guardo o leggo qualcosa che mi piace, a parlarne mi pare di rovinarlo. Potrei dire che ha una delle costruzioni di personaggi migliore che abbia mai visto, in qualsiasi medium narrativo. Potrei dire che mi ha ricordato alcune vecchie e amate campagne di gdr. Potrei dire che Whedon riesce a farti ridere e strapparti il cuore come sempre, più di sempre. Ma niente renderebbe giustizia a questa serie. L’unica cosa che vale la pena dire è: vedetela.

Però però c’è una nota amara. Firefly è durata pochissimo, una stagione (neanche trasmessa tutta, originariamente), e un film che più o meno la conclude. Perchè? Per cecità da parte dei network. Non faceva gli ascolti sperati e via, si taglia.

Ora. Io sono un sostenitore del mercato: non credo alle torri d’avorio, credo al pane e prosciutto. Ciò detto, però, il mercato va fatto crescere, va amato. Va sostenuto con passione. Chiunque abbia un minimo di passione per la televisione, per i suoi linguaggi, e per le storie in genere, può capire che Firefly andava salvato. Magari non sarebbe mai stato un ‘bestseller’, ma avrebbe fatto catalogo – che è altrettanto importante. A distanza di anni i DVD ancora vendono bene – qualcosa vorrà dire, no?

Però capita spesso di trovare, se per lavoro racconti storie, gente che di passione non ne ha. Gente che pensa che il pubblico sia fatto da una massa di imbecilli, e che da imbecilli sia necessario trattarli, per fare soldi. Ne fanno, di soldi, queste persone. Sul breve periodo. Sul lungo, di solito finiscono male. E se anche gli va bene fino alla fine, hanno passato la vita a inseguire fogli di carta, e che vita noiosa, che sarà stata. Hanno perso in partenza. Il problema nasce quando queste persone possono far perdere _a me_ qualcosa. Per esempio, Firefly.

Ma Joss Whedon è testardo, continua a fare le sue cose, continua a farsele cancellare. E pare sia d’accordo sul fatto che Internet stia cambiando le carte in tavola in modi e tempi che nessuno aveva previsto e che nessuno, ancora, riesce bene a inquadrare.

Anche per questo è il mio eroe.

Punto.

Sarà Vero

•January 13, 2010 • 5 Comments

Non capita tutti i giorni di vedersi dedicare un libro.

Mi è successo con Sarà Vero, di Errico Buonanno. Alcuni motivi li conosce lui e li conosco io, ma il motivo vero è: Errico è un ottimo amico. E questa è metà della storia.

L’altra metà è che, quando ti dedicano un libro, devi sperare che sia bello. Perchè altrimenti ti senti come quando, a Natale, da bambino sognavi il Nintendo e trovavi sotto l’albero un maglione. Anche in questo mi è andata bene. Sarà Vero non è solo un libro bello – è un libro molto bello.

E il mio non è un parere di parte, proprio il contrario. Se il libro non mi piacesse, farei di tutto per non parlarne, lancerei maledizioni per farlo uscire al più presto dalla coscienza collettiva. Nessuno vuole il suo nome su una fetecchia, no?

Però questo libro è bello. Parla di falsi e bufale che hanno fatto la storia ‘reale’, dalla Donazione di Costantino ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion (sulla cui ‘verosomiglianza’ qualcuno, gravemente, si interrogava in un libro pubblicato non molti anni fa… ma lasciamo perdere). E lo fa in modo divertente.

Io ed Errico siamo molto diversi. Lui mi prende in giro per il mio (testualmente) ’spara-spara’, io perchè è un tipo serio. Serio, però, non significa serioso: sempre Errico è stato protagonista di uno dei finali di campagna di gioco di ruolo più belli che io abbia mai visto. Ecco, in Sarà Vero riesce ad essere molto serio e per niente serioso: ti racconta storie vere di cose false e te le fa mandare giù leggere come l’acqua. Scrivere così è _difficilissimo_. Richiede cuore, richiede tecnica. E umiltà.

A scrivere un saggio dotto sono bravi tutti – soprattutto se sono il tipo di persone che ha CD di opera in macchina (no?). A scrivere un saggio dotto che è anche un page-turner, sono bravi in pochi. Tipo, Errico.

E il bello è che, da un saggio così, si possono trarre molte conclusioni diverse. E molti le stanno traendo.

Quali sono le mie? Oh, è molto semplice: che la Storia non è altro che la forma vincente di Mito. Qualcuno (Licia Troisi, per esempio), sostiene che la potenza di questo libro stia nel sottolineare quanto attenti bisogna stare alle falsità, e al mantenere la distanza tra immaginario e reale. Posizione degnissima, ovviamente, ma non è la mia. La mia è, semmai, opposta.

Ogni distinzione tra immaginario e reale è puramente ideologica. E’ frutto di una posizione precisa nel tempo, nello spazio, di una biografia. Il libro di Errico mostra quanto i confini siano permeabili. E, certo, questa permeabilità è pericolosissima. Ma _è_. Provare a farne a meno è ancora più pericoloso, perchè vuol dire imporre una realtà, vuol dire imporre una razionalità. Decidere che l’agopuntura ‘non può’ funzionare, e quindi rinunciare a una cosa che, beh, a volte funziona. (a volte. come tutto).

La gente che credeva ai Protocolli li considerava del tutto reali, e reali erano a tutti gli effetti pratici. Come facciamo, noi, a pretendere di sapere che le cose in cui _noi_ crediamo non lo siano?

Io non credo che il punto sia distinguere tra Mito e Storia. Io credo che il punto sia che tutto è Mito  - e quindi tanto vale scegliere quello che ci piace di più, quello che ci sembra (anche, certo, perchè no) eticamente migliore. Per noi. Per il nostro tempo. Ecco: la Realtà è questione di scelte, non di imposizioni.

Forse.

Provate a leggere Sarà Vero in questa chiave, e troverete più argomentazioni di quante io possa darne qui.

Poi provate a leggerlo nella chiave che ne dà Licia Troisi… e troverete più argomentazioni di quante lei potesse darne sul suo blog.

E questo, a sua volta, ci dice qualcosa sulla realtà. E sul libro di Errico.

Scegliete, fate il vostro gioco: ad ogni modo questo è un libro da leggere.

Vero o no che sia.

Magia!

•January 8, 2010 • 11 Comments

Cos’è la magia?

Il nodo di Volontà e Immaginazione.

A che serve?

A cambiare il mondo.

Abbiamo la scienza, a che ci serve la magia?

Se credi solo alla magia sei superficiale. Se credi solo alla scienza, sei un illuso.

La magia su di me non funziona.

Cerca un porno. Adesso. Guardalo. Ti è piaciuto? Delle immagini, dei simboli, hanno fatto reagire il tuo corpo. E’ magia. Volontà, Immaginazione. E se la magia fa reagire il tuo corpo, cos’altro può fare?

Il porno non mi è piaciuto.

Cercane un altro e sii sincero.

Quindi la magia è una metafora?

No.

Ma i Tarocchi fanno ridere!

Senza offesa: tu neanche sai cosa siano, i Tarocchi.

Cazzate. So che non è vero che sono antichissimi.

E allora?

E allora se li sono inventati!

Anche gli aerei ce li siamo inventati.

Però funzionano!

Anche i Tarocchi funzionano.

Solo se ci credi.

Perchè, se non credi in un aereo, lui ti porta da qualche parte lo stesso?

Sì.

E come? Se non ci credi, non spendi i soldi per un biglietto.

E’ diverso.

In che modo?

Questi sono giochini retorici.

La vita è un gioco.

La vita è molto di più.

Non c’è niente, di più di un gioco.

[presto: qualche commento sul miglior libro degli ultimi mesi e più, Sarà Vero di Errico Buonanno]

L’Uomo Ragno

•January 4, 2010 • 44 Comments

Sono cresciuto leggendo l’Uomo Ragno.

Sono cresciuto leggendo anche Tolkien, Crowley, Heinlein, Watterson, eccetera. Medievil è stato il videogioco dei miei diciotto anni. Dungeons & Dragons prima, e molti altri gdr dopo, hanno riempito le mie serate. Ho visto Buffy per intero almeno tre volte, singole puntate, molte di più. Ho fatto un salto sul divano quando Gaius Baltar è salito sul Galactica. Quando la Play Press ha pubblicato in Italiano la Morte di Superman, in uno dei suoi temuti volumi brossurati, ho fatto una corsa fino all’edicola della cittadina in cui vivevo, e mi sono preso un intero pomeriggio. Per leggere con calma mentre fuori pioveva.

Da ragazzino potevo andare in estasi per un librogame. Lupo Solitario, che tempi! E i libri-gioco della Fondazione, che pensavo fossero americani ed erano italianissimi! E prima c’era stato Vampiretto, e Vampiretto è un capolavoro sul serio, altro che menate con il glitter. Ho gli indici che scrocchiano per quanto ho pestato sui durissimi joystick del Commodore 64 (ed ero un bambino, all’epoca). Quando facevano X-Files di domenica, ho smesso di uscire la domenica, perchè X-Files mi stava spalancando occhi e cuore. Ho scritto il mio primo romanzo tra i diciotto e i diciannove anni, una roba impubblicabile che parlava di messia pagani e complotti vaticani (qualche anno dopo ho letto il Codice Da Vinci e ho detto ‘mannaggia’). Ho tatuato su un braccio lo stemma di Superman. Sull’altro il simbolo della magia del Caos, che è usato da occultisti veri ma viene anche da Terry Pratchett e anche da Michael Moorcock ed è anche in Warhammer. Ho tatuato anche il Vever di Legba, ma non conoscerei il voudoun senza tutta la robaccia horror che ho mandato giù.

Questo è il mio mondo.

Non ho bisogno di giustificazioni. Non ho bisogno di dire ‘leggo anche altro’. Certo che leggo anche altro: Fante è uno dei miei autori favoriti in assoluto. Ma, e allora? C’è tanta gente che legge solo fantastico (di più: solo paranormal romance) e va bene così, finchè gli piace, finchè lo appassiona.

Quando io dico che per me i libri sono come il cibo, il sesso, i boschi e la magia, lo intendo letteralmente. Non credo che la lettura elevi lo spirito, non più di quanto lo faccia qualsiasi altra cosa. Credo che il piacere elevi lo spirito. Credo che se ti piace leggere (come piace a me), puoi capire il mondo e costruirlo ANCHE leggendo. Credo che se a leggere ti rompi le palle, ma sei un grande surfista, tu possa conquistare una saggezza enorme con tavole e onde.

Ridurre la mente umana a tipografia è umiliante.

E, come dico spesso, vado contro ogni mio interesse professionale nel dire questo.

Una delle mie passioni più vecchie è l’astronomia. Guardi in alto e vedi 61 Cygni, vedi luce che viene da anni passati, da epoche morte. E pensi che sotto i tuoi piedi non c’è niente. Sospeso nel nulla, su un pianeta solo, traballante, in cui la vita, questa preziosa cosa fatta di calore e piacere e amici e feste, è un colpo di singhiozzo, un blip di cui magari nessuno, là fuori, si accorgerà mai.

Ecco. Questa è la mia visione del mondo. Non la mia visione in astratto. Quella concreta, quotidiana. Siamo isolati e perduti nel Cosmo, con una possibilità di capire, di creare la nostra realtà, che ci viene data dal piacere.

In questa visione, per la Critica non c’è spazio.

C’è molto spazio per la discussione da bar. Anche complessa: mai sottovalutare i bar. C’è spazio per dire cosa piace e cosa no, e perchè. Ci sono molte cose che io reputo spazzatura, e ne parlo come tale. Ma è solo per capirsi. Alla fine le cose che scrivo io e cui tengo con la mia vita, e la ’spazzatura’, sono lo stesso ammasso casuale di atomi e idee. Se una ragazzina piange leggendo Moccia, la mia prima reazione sarebbe dirle ‘ma vai a zappare, imbecille’. Però poi penso che quello che conta è che sta piangendo, si sta commovendo, sta modificando il suo corpo rispondendo ad atomi e idee. E questo è meraviglioso.

Non sto giustificando tutto – il discrimine, per quanto mi riguarda, resta l’onestà intellettuale. Ma è un altro discorso, da fare in un altro momento.

Sto dicendo che l’unico principio che riconosco, quando si parla di storie, è quello del piacere. Non accetto l’idea di ‘insegnare’ al popolo, e sono disposto a insultare persone di potere che la difendono, perchè conosco il loro sistema, conosco i gangli del loro potere, li ho visti da dentro – e credo che vadano distrutti, per il bene (il piacere) di tutti. E non li distruggi ragionando, accettando le loro logiche. Li distruggi mandandoli a monte. Li distruggi delegittimandoli. Li distruggi bombardandoli di Fnord.

(Robert Anton Wilson. Scommetto che molti non sanno chi è. Googlate. E guardate come è morto bene. Ecco: lui fnordava)

Poi, intendiamoci. Questo discorso è tanto vasto da accettare anche i cortellessidi. Perchè se loro hanno piacere a leggere Proust e parlarne con gli amici, e trovano qualcuno abbastanza scemo da dargli soldi soltanto per permettergli di leggere Proust e parlarne con gli amici, buon per loro. Il problema nasce quando a questa gente, o anche a Proust, viene attribuita una patente di superiorità culturale e, inevitabilmente, morale. Il problema nasce quando queste persone, che hanno già vinto una lotteria, si lamentano poi perchè guadagnano ‘poco’ per quello che ‘fanno’ (sarebbe?).

E se io, che sono cresciuto leggendo l’Uomo Ragno, chiedo a loro di parlare di me, di guardarmi, gli sto attribuendo la Patente di Superiorità. Ed è questa patente a generare i loro stipendi.

Si parlava di camionisti, in un commento all’ultimo post. Se tutti i camionisti scomparissero dalla faccia della terra, la mia vita ne sarebbe rovinata, o quantomeno messa in seria difficoltà. Se scomparissero un certo tipo di critici (blogger, giornalisti senza pretese), anche: mi mettono in discussione su un piano pratico, della storia narrata, della vita (alternativa) vissuta, e questo va benissimo. Mi fa crescere come autore e mi diverte un mondo come lettore. Mi dà piacere.

Ma, se scomparissero i Critici accademici, custodi di un sapere di un certo tipo, di una teoria fine a se stessa, alla mia vita che succederebbe? Nel bene e nel male un bel niente.

Perchè a me piace l’Uomo Ragno, e mi va bene così.

Credo serva orgoglio vero, profondo,nella vita. E io sono orgoglioso di quello che mi piace – non ho bisogno d’altro nè di spiegare alcunchè. Cibo, storie, sesso, boschi, si torna là. Anche il pulsare della metropoli, dei suoi spiriti alieni. Mi piace. Mi immerge. Mi culla e mi appassiona. Questa è la mia vita, questo il mio mondo. Non ho bisogno di critici che ne parlino.

Io mi confronto, da lettore e da scrittore, con la materia dura del mito e della Terra, dell’Universo in cui siamo dispersi e delle storie che genera, che racconta attraverso di noi. Questo mi piace, questo mi interessa. Altre discussioni mi annoiano. Le accetterei volentieri, se non avessero pretese di nobiltà. Quelle pretese, è tempo che le perdano.

Ma è come il famoso Re nudo: bisogna dire ‘tu hai il pisello al vento’, altrimenti tutti penseranno che ci sono dei vestiti nobili, raffinati e desiderabili.

Ecco. La Critica ha il pisello a vento.

E oggi fa freddo.

Perchè non voglio essere legittimato

•December 30, 2009 • 41 Comments

E’ in corso da qualche giorno una polemica letteraria, partita sul blog di Loredana Lipperini, e ripresa, tra gli altri, da GL, Lara Manni, Licia Troisi.

Di solito mi tengo lontano da queste cose. Non mi divertono più di tanto. Ma questa volta ci sono entrato, e ho voglia di elaborare un po’.

Siccome le polemiche letterarie sono noiose anche se ci partecipi, ecco un riassunto. Andrea Cortellessa, critico di chiara fama, ha più o meno sostenuto che la letteratura fantasy non ha ‘tacche’ di Alta Cultura. Tolkien è meno figo di Joyce, e il papà di Harold Bloom dà botte al papà di Jeff Smith quando vuole. Sto semplificando, ma il succo è questo: una discussione calcistica travestita da qualcosa di significativo. E se le pretese restassero al livello del bar Sport, sarebbe anche divertente. Ma c’è in gioco di più, o così può sembrare.

Il punto caldo della discussione è la ‘legittimazione culturale’ del fantastico – e, per inclusione, di altri ambiti a noi cari (fumetti, videogiochi, quel che sia). Perché Cortellessa non si occupa di recensire, che ne so, me?  (mi porto come esempio solo perché darò una risposta personale.)

E la risposta è: chi se lo incula, Cortellessa.

Parlo per me – non voglio essere legittimato. Non voglio essere notato dall’Accademia. La conosco molto bene, da dentro, e la disprezzo.

Ci sono (pochissime) persone eccezionali che ci lavorano, ma per il resto, è una macchina fatta per generare stipendi.  Se ne stia al suo posto, l’Accademia, che al barbeque delle Dodici Querce non la vogliamo.

Ma ecco una storia.

Immaginate che un’epidemia di influenza devasti il mondo (ok, l’inizio di questa storia l’ho copiato). Immaginate che secchi il 99% della popolazione.

Nell’1% che sopravvive  ci sono uno scrittore (uno di quelli come me, concreti e sereni, che dicono ‘c’era una volta un satiro’ e non ‘adesso affronto una metafora della Situazione Politica Italiana’) e un critico. Lo scrittore non è un guerriero, né è abile con le mani, né sa curare le persone. Insomma: sa solo raccontare storie. Il critico non è un guerriero, eccetera. Insomma: sa solo fare il critico.

Lo scrittore deve tirare a campare. Gira di notte, di falò in falò, raccontando le avventure di un ladro orientale, sopravvissuto al massacro, che adesso vive in un harem con duecentotrè odalische. In tempi così oscuri, le persone hanno bisogno di storie, magia, e speranza. Lui dà tutto questo, e riceve in cambio pane e companatico. Sopravvive.

Ora. In questo mondo al crepuscolo, in cui l’Accademia è finita, in cui non ci sono patenti di autorità culturale, in cui conta solo la sopravvivenza quotidiana e quel minimo di qualità della vita che è possibile ottenere, in questo mondo, dicevo…

…di preciso, un Critico, di cosa campa?

(nel prossimo post, approfondirò: ho posizioni, mi pare, più radicali anche di quelle espresse dalla mia ‘parte’, nella discussione)

Prodotti e servizi

•December 18, 2009 • 16 Comments

Ho scaricato l’applicazione per iPhone/iPod touch che permette di leggere /scaricare/archiviare i libri per Kindle comprati su Amazon.

E che vi devo dire? Sono sempre più convinto che l’ebook sia una delle strade del futuro. UNA delle strade, badiamo bene: la carta resta una tecnologia formidabile, e io per primo non smetto di comprarne (la bellissima edizione del Vento trai Salici che ho comprato di recente, illustrata e su carta di prima qualità, il Kindle non può darmela).

Ma una strada importante.

Usando l’applicazione in questione ho realizzato per la prima volta fino in fondo che cosa significhi il passaggio dal prodotto al servizio. Il libro diventa sempre meno un prodotto, sempre più un servizio. Se compro un libro per Kindle posso leggerlo sul mio Kindle (ma va). Ma se sono uscito senza Kindle e mi trovo ad aspettare i mezzi più a lungo del previsto, ecco, tiro fuori l’iPhone e continuo la lettura. E la continuo anche sul computer, poi, volendo.

Il libro sta diventando un servizio cui accedere: ‘comprando’ il libro compri il diritto di accedere a quel servizio dovunque tu sia. E continuiamo a chiamarlo libro solo per pigrizia – è sempre più una ’storia’. Una storia che ti puoi godere su vari supporti (carta compresa), in vari momenti, in vari modi. E che, almeno finchè resti in Occidente e con una copertura cellulare, non ti lascia mai.

E’ molto più di un cambiamento tecnologico: è un cambiamento antropologico. Radicale. Certo che un libro elettronico ‘non è la stessa cosa’ di un libro di carta – è più un servizio che un prodotto. Ma, lasciatemi dire, ben venga la presenza di questi servizi. Sarà un cambiamento difficilissimo da gestire per autori e editori, ma ‘difficilissimo’ non vuol dire negativo. Anzi.

Siamo chiari: io credo sia una delle cose migliori capitate alla parola scritta negli ultimi vent’anni. Ma se continuiamo a ragionare con metafore prese dalla carta, questo non lo capiamo, e arriviamo in ritardo rispetto ai nostri stessi tempi. Questo cambiamento riporta al centro la figura dell’autore (e dell’editore, quando l’editore è bravo), perchè riporta al centro il contenuto. Se tutto quello che il lettore fa è accedere a un servizio, e se quel servizio è una storia, lo scrittore diventa un fornitore di servizi. Servizi indispensabili: io non credo che gli scrittori siano meno utili dei medici. Ma servizi. Ed è importante che il servizio sia di massimo livello: se la storia non ti divora, non avrai voglia di accederci più di tanto.

Sono ottimista, insomma. No, meglio: entusiasta.

I libri stanno morendo, lunga vita ai libri.