Hanno impiegato secoli per tirarlo su. E adesso, a distanza di cinquemila anni, non capiamo neanche cosa sia. Un santuario, va bene, ma di che tipo? Quali dèi, quali spiriti, vivevano (o vivono) là?
Avebury mette umiltà. E’ un cerchio di pietre gigantesco – fa sembrare Stonehenge una baracca. Per dare un’idea di quanto sia grande: c’è un intero villaggio, dentro. Con un pub stregato in cui servono una delle migliori pie che si possano mangiare. E un sidro del Suffolk che io, personalmente, adoro. E una buona scelta di single malts. Poi c’è l’antiquario locale, amico mio e di Paola, che sembra uscito da un libro di quelli divertenti. Vive da sempre in mezzo alle pietre e ne parla come se fossero persone – amici divertenti, di quelli che ti fanno ubriacare ma poi ti riportano a casa sano e salvo.
Le pietre. Gigantesche. Pesantissime. Vederle in fila, in un cerchio tanto grande da non poterlo distinguere, mette umiltà. Avebury è Incanto allo stato puro, è un’esperienza poetica – un gigantesco, sconfinato monumento alla tenacia umana, alla voglia di superare la Carne. Era la preistoria, vedete, quando lo hanno costruito. Erano tempi in cui gli animali non erano solo cose da mangiare, ma anche cose che ti mangiavano. In cui il Wiltshire, e tutta l’Inghilterra, erano ricoperti da foreste (di quelle vere – non giungle ridicole alla Lost). C’erano dei tizi per i quali la sopravvivenza quotidiana era un problema – trovare da mangiare, combattere le malattie, e il freddo, e le inondazioni. E trovavano il tempo, la voglia, la capacità, di prendere queste gigantesche pietre e farci un tempio.
E non solo. Dopo il tempio hanno fatto una fortificazione. E, non paghi, hanno tirato su un’intera collina artificiale. Una collina artificiale. E neanche conoscevano la scrittura – tutto lavoro di braccia, ingegno e passione. Una collina. E quelli erano i selvaggi, i superstiziosi, gli stupidi.
C’è una poesia, in questo, che i seguaci di Richard Dawkins non capiranno mai. Si creda o no alla magia, agli dèi, Avebury non è utile o inutile: è bellissimo. Come lo è la campagna del Wiltshire, aspra e dolce al tempo stesso, più cattiva di quella del Kent (che alla lunga, annoia), piena di fango e panorami e cavalli bianchi scolpiti nei fianchi delle colline. Una volta abbiamo partecipato a un rituale di solstizio, ad Avebury – ed è stato tanto potente che lì per lì ho fatto un pensierino al diventare un druido (poi ho deciso che la barba bianca non mi dona). Questa campagna, e queste pietre, mettono fiducia nell’umanità – mi ricordano perchè, di tanto in tanto, mi entusiasma farne parte.
E per questo gli voglio bene.





