Se Stephen King mi prendesse a bottega

Sto leggendo Tommyknockers, di Stephen King – mai letto prima. E’ considerato da molti uno dei sui libri ‘minori’.

Ed è, ovviamente, un capolavoro.

Leggere Stephen King, per uno scrittore, è un’esperienza a mezza strada tra l’esaltazione e l’umiliazione. Ti esalta perchè ne senti la bravura in ogni parola, e al tempo stesso ti immergi nel suo mondo dimenticandoti di studiarlo. Ti umilia perchè ti rendi conto che bisogna mangiarne, di pane duro, per arrivare a quei livelli.

Non si tratta di bontà della storia, di originalità, di ritmo. Si tratta di pura narrazione, qualcosa che trascende l’analisi e lo studio. Ti racconta dell’ennesimo scrittore ubriacone e te ne fa innamorare, ti fa appassionare a lui come se fosse il primo che vedi, un vecchio amico di cui vuoi notizie.

Sono esplicito: in Italia non c’è, in questo momento, una tradizione di narratori. Ci sono persone che scrivono romanzi sociali, romanzi d’idee  e quant’altro. Storie ‘pure’, storie attorno al fuoco, che cominciano con ‘c’era una volta’, non se ne fanno. O meglio, qualcuno inizia a farne (e ci sono un paio di libri italiani, quest’anno, che aspetto con curiosità), ma il grosso della produzione va su altri binari.

E son difficili da fare, le storie. E’ un esercizio duro, perchè il rischio di banalità, di pietismo, è dietro l’angolo. Rifugiarsi nella critica sociale, nell’approfondimento storico, nell’allegoria è molto più facile. Proprio tecnicamente.

Ed ecco perchè tanti scrittori italiani ci si rifugiano: perchè, di base, non sanno raccontare. Parlare della situazione del precariato italiano è molto più facile che raccontare la storia di come il mio amico Antonio scoprì di avere un dito fantasma. E usare la storia di Antonio come metafora della condizione umana è molto più facile che parlare di Antonio e basta. Alcuni scrittori (e critici, ed editori) dicono il contrario.

Mentono.

Parlare della società è facile – le opinioni sulla società sono come narici e culi, le abbiamo tutti. Sperimentare linguisticamente è facile, perchè tanto, se l’esperimento va male non esplode niente. Fare approfondimento storico è facile, basta studiare.

Dire ‘c’era una volta’ e partire da là è difficile.

E questa non è una considerazione teorica, su cui fare discorsi teorici, ma una pratica – come un imbianchino che dice che la calce impastata così regge meglio della calce impastata cosà. Solo un cretino (specie molto diffusa tra i critici ‘bene’) può pensare che una discussione ‘teorica’ a riguardo conti o valga qualcosa. L’arte è per disonesti parolai, l’artigianato per persone oneste. E se dalle mie parole non traspare ‘rispetto’ è perchè non ne ho.

In Italia tutti puntano all’arte, alla teoria, alla Letteratura: questa era una delle cose che mi avevano rotto i coglioni. Che mi hanno spinto ad andarmene.

Ora vorrei tanto che Stephen King mi prendesse a bottega.

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8 responses to “Se Stephen King mi prendesse a bottega

  • Valberici

    Concordo con quanto hai detto, ed aggiungo che l’arte non è quantificabile e, forse, addirittura inconoscibile.
    Accontentiamoci dunque del buon artigianato, assai raro peraltro.
    Comunque tu sei un discreto artigiano, migliore di molti “acclamati artisti” italiani. 😉

    p.s.: se per caso King ti prende a bottega, chiedigli se ha bisogno di un tuttofare, sguattero, uomo di fatica…insomma se ha bisogno di qualcuno per qualsiasi cosa…fammelo sapere che arrivo. 😉

  • Lara Manni

    Io sottoscrivo ogni VIRGOLA di quello che hai scritto. Vero, verissimo. In Italia i narratori non ci sono, e secondo me ce ne sono pochi anche nel cosiddetto “genere”, e meno ancora nel cosiddetto horror, dove sembra possa bastare qualche budella per ottenere l’effetto giusto.
    Ps. Tommyknocker è eccezionale. 🙂

  • Gamberetta

    Sono d’accordo con tutto, ma hai scelto l’esempio sbagliato.
    Tommyknocker è proprio bruttino. Intuito dove la storia andava a parare (l’ennesima invasione aliena senza niente di particolare), l’ho finito a fatica. Lo stessi leggendo adesso, con meno tempo libero a disposizione, lo lascerei a metà.
    È molto più facile parlare di Antonio e basta (e dei suoi problemi con le pasticche, l’infanzia difficile, il matrimonio fallito, ecc.) piuttosto che parlare del dito invisibile di Antonio.
    Ci vuole un certo grado di originalità, altrimenti – io almeno – mi annoio. E anche quando finisci di leggere, non rimane niente. Ricordo alla perfezione una marea di scene di, non so, tanto per rimanere in tema, Il Giorno dei Triffidi, letto un sacco di tempo fa, ricordo pochissimo da Tommyknocker letto molto dopo.

  • francescodimitri

    Gamberetta, d’accordissimo sul dito invisibile. Però, ecco, per interessare me, devi raccontarmi di come Antonio reagisce al suo dito invisibile. Altrimenti cadi nel problema di serie come i Dresden Files: mica noiosi, per carità, ma un po’ sciatti.

    Su Tommyknockers: io non valuto necessariamente l’originalità. Valuto quanto sai tirarmi dentro al tuo mondo. E anche se questo non è tra i più originali romanzi di SK, lui ha una capacità _prodigiosa_ di tirarti dentro. Poi, magari non mi resterà in testa come It, ma intanto mi sono seduto e mi sono goduto una storia formidabile, potente _di per sè_.

    Lara: il genere in Italia è trattato in modo pietoso. Siamo l’unico Paese al mondo in cui perfino scrivere genere è una scelta da intellettuali – ‘faccio noir per raccontare il presente’, ‘no, aspè, nel mio fantastico c’è un sacco di critica sociale’, ‘ahò, ma a Scienze della Comunicazione ho studiato che la fantascienza è estrapolazione, quindi ora estrapolo un po’.” Che palle. Intanto, Antonio se ne resta da solo con il suo dito invisibile – che forse non è neanche un dito, a ben pensarci.

  • arianna

    anche la lingua ci mette del suo.
    non dico che questo giustifichi, ma certo se uno tende a scordarsi i fatti per perdersi dietro al suono, le lingue romanze tutto fanno tranne che dissuaderlo.

    molto sta anche nel resistere alla tentazione di togliersi i propri sassolini dalle scarpe, con buona pace dei ragazzi in cantina che rimangono come dei pirla con gli scatoloni in braccio.

    la critica sociale, poi, spesso ce la vogliono vedere direttamente i critici.
    fosse per i sommelier le vigne darebbero formaggi, fragole e calzini…

    comunque vengo anch’io a unirmi al canonico coretto: viva la storia, lode alla storia, e già che ci siamo chiudiamo la messa con le parole del maestro – “l’avverbio non è vostro amico”.
    che è anche vero, ma soprattutto suona da dio.

  • francescodimitri

    Si, la lingua dice il suo. Ma la musicalità che si può raggiungere in Inglese è formidabile: io ci sto lavorando e prima o poi, chissà. Il punto però è che i narratori anglosassoni sono abituati alla disciplina, i nostri a disquisire di massimi sistemi con un pugno di pallosissimi accademici intorno. Ecco, questo non va proprio, e lo ripeterò fino alla nausea. Finchè gli _scrittori_ continuano a usare concetti come ‘allegoria’, meritano tutti di finire in un baratro blu.

  • Fabio Tarussio

    Non so se esisti ancora, in che più o meno vaga dimensione hai piantato radici, tuttavia dopo aver sentito parlare di te (vaghe notizie su Pan, echi leggeri di Alice) ti ho subito cercato. Ho trovato il blog. Ho amato il nome. E ho deciso di seguiti, partendo dalle origini.

    Echeccazzo mi parti subito con un post che mi lascia sorprendentemente stupito. Elogiare Zio Steve è quasi banale, fin troppo facile riconoscere in uno scrittore da milioni di copie una buona(??ottimo!!) penna. Tu però vai oltre, rifletti e analizzi: “Non si tratta di bontà della storia, di originalità, di ritmo. Si tratta di pura narrazione, qualcosa che trascende l’analisi e lo studio.” Dang-Deng-Deng il signore ha fatto centro, primo premio!!
    E questa è solo una delle varie cose che mi sono piaciute( in relatà dovrei praticamente citare tutto l’articolo, con particolare plauso alla chicca su narici e culi questo si). penso proprio che continuerò ad approfondire la tua conoscenza leggendo ancora un po’ il tuo blog, che so che non frequenti più ma che spero di trovare interessante.

    come ho già detto, ho letto che da un bel po’ non ti dedichi più a questi lidi quindi non credo leggerai mai questo post, in ogni caso, confido nella fortuna dello 0.00000000000000000001%. Mi piacerebbe proprio fare due chiacchiere con un personaggio come te.

  • francescodimitri

    Esisto, anche se il blog è praticamente abbandonato. Appena avrò un po’ di tempo lo rinnoverò – con molti cambiamenti. Sono su Twitter, però, e di là dialogo sempre volentieri.

    Grazie per quello che dici. Grazie per avermi letto. Grazie per avermi dedicato del tempo, che è una risorsa preziosa…

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