Glastonbury

Glastonbury è un posto meraviglioso.

Dall’alto del Glastonbury Tor, la collina che incombe sulla cittadina, domini con lo sguardo tutto il Somerset, il Wiltshire e oltre. E che sia un posto magico, magico davvero, al di là delle cazzate new age, non puoi non sentirlo. Di notte, il buio della campagna attorno al Tor non è assenza di luce, ma proprio presenza di buio. La campagna inglese, placida, rassicurante, si tinge di qualcos’altro. Le fate guardano, e cosa vogliano, è impossibile a capirsi.

La cittadina, poi, è un  miscuglio di sogni fricchettoni, occultismo, blando new age e quant’altro. E’ una comunità attivissima, che organizza ogni giorno le cose più disparate – corsi di magia, conferenze sulla preistoria, scrausi programmi di channeling, feste. Cose, insomma.

Una comunità sognata, costruita, creata. Di sicuro non un posto perfetto – immagino che chi ci vive, potrebbe elencare mille e uno problemi. Ma un posto forte, con una sua identità, una sua idea: i pentagrammi alle finestre ci sono davvero, le librerie di testi occulti, sono fornite davvero. Ed è bella a vedersi. Bella davvero. E il cibo è buono. Un succo di mela preso nella Glastonbury Experience (una minuscola corte piena di verde) ne vale mille. E un giro da Star Child, forse il miglior fornitore di incensi che ci sia al mondo, è un viaggio delizioso per un senso dimenticato come l’olfatto.

Ma Glastonbury vive di rendita. Glastonbury è stata tirata su da generazioni di persone che avevano un’idea. Visionari. Quello che io e Paola ci chiedevamo è: oggi, una cosa del genere, sarebbe possibile da tirare su? La nostra generazione ne è capace?

Forse no, è la risposta. Forse no perchè abbiamo perso la capacità di sognare – e non ‘sognare’ nel melenso senso che alla parola danno i Paolo Crepet di questo mondo. Sognare in senso nobile, sognare nel senso di creare un mito, e viverlo. Io non credo nei ‘bei tempi di una volta’, intendiamoci. Ma certo è che non vedo, intorno a me, grandi forze propulsive, in campo umano. Ce ne sono in campo tecnologico, e ne sono felice. Ce ne sono in un certo tipo di scienza, e ne sono entusiasta.

Ma è come se a un certo punto avessimo deciso che basta, occuparsi di persone, nel corpo e nello spirito, non era più utile. Lasciamo il campo a preti e newagers (stessa cosa), che tanto, è un campo che non conta. Lasciamo che i nostri libri li scrivano pallidi secchioni, lasciamo che a parlare di sogni siano telepredicatori travestiti da esperti. E compiliamo i moduli di cui parla G.L.

“La vita media si è allungata”, dicono i sostenitori del mondo-come-è. Ma se fai una vita di merda, vivere più a lungo vuol dire soltanto fare una _lunga_ vita di merda. Non è un premio, è una dannazione.

Ed è rinunciando alle visioni, che si diventa dannati. Non credo che l’inferno sia dolore eterno. Credo che sia una eterna rottura di palle.

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3 responses to “Glastonbury

  • astrosio

    BUAHAHAH!!! mi associo! il vero inferno e’ la rottura di palle!

  • Valberici

    Il tempo è solo un’illusione, non è la “durata” delle emozioni e dei sentimenti che conta. E’ la loro sostanza che importa, la loro qualità, la loro intensità.
    Verrà un momento in cui il tempo scomparirà.
    Allora la nostra dannazione o redenzione non sarà altro che la somma di tutte le emozioni provocate dalle nostre azioni: dolore, felicità, appagamento, desiderio….

  • francescodimitri

    Molto bergsoniano, Val.

    Come dico spesso, si vive sempre ‘nel frattempo’…

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