Di accademia e cose serie

Non mi piace la scrittura accademica.

La faccio – la devo fare – ma non riesco a farmela piacere. La trovo stupida. Autoreferenziale. Ma non è solo questione di scrittura. Siamo sinceri: l’accademia è facile. E’ facile perchè gli unici a giudicare davvero il tuo lavoro saranno altri addetti ai lavori, gente che ha ricevuto la tua stessa formazione, le tue stesse iniziazioni. E’ una versione molto avanzata di mamma che ti dice ‘bravo’.

Ogni tanto leggo, su blog letterari che seguo (fa parte del lavoro, ma anche dello svago), recensioni e commenti scritti da assistenti/dottorandi/aspiranti professori. Come li noti? Di solito perchè chi li fa è molto orgoglioso del suo ruolo e ci tiene a metterlo in luce (ok, -1 alle mie abilità investigative). Poi perchè, altrettanto spesso, hanno uno spettacolare rapporto tra parole usate e concetti. Un rapporto che infrange ogni regola matematica: concetti zero, parole mille.

Ora. Non è che io sia  contro l’accademia – altrimenti non ci sarei dentro (non credo ai nemici interni, credo al fare una vita intensa). E conosco un sacco di assistenti/dottorandi/eccetera molto in gamba: una delle persone più brillanti che abbia mai incontrato, che ha influenzato molto anche le mie storie, è un professore universitario – di cui sono rimasto amico. E al momento lavoro con altra gente che stimo. Per dire: non ho pregiudizi etnici nei confronti degli indigeni universitari. Anzi.

Ma nella pratica, finchè non li conosco, ne diffido. Scrivere una storia, anche la più sciocca, anche l’ultimo paranormal romance seriale, è più difficile che leggersi un paio di capitoli di Deleuze & Guattari (i D&G della stampa ‘colta’) e ‘usarli’ (cioè: ‘citarne brani abbastanza ampi da sfiorare il plagio’, ma questo in accademia si chiama ‘usare’ ed è attivamente incoraggiato) per parlare di David Lynch (ho fatto un esempio a caso, ma scommetto che se googlate, qualcosa del genere la trovate).

Io credo che un certo tipo di accademia abbia esaurito il suo ruolo. Campa ancora perchè dà stipendi, ma come corpo che produce e trasmette conoscenza, è morto o almeno boccheggiante. Altre cose stanno nascendo, cose interessanti, ed è il motivo per cui comunque mi piace starci dentro. Resta un fatto: il 99,9% della scrittura accademica è fuffa, sicura di sè, tronfia e chiusa in un mondo grosso sì e no quanto un monolocale.

E il mio invito a chi ne è fuori: diffidate. Diffidate da chi ha un PhD e lo usa come badge, perchè un PhD significa solo che dei tizi hanno deciso che un altro tizio potesse dire ‘io ho un PhD’. Diffidate da chi basa la sua autorità su cattedre e/o autori francesi degli anni Settanta (di solito le cose vanno insieme). Diffidate da chi sorride scuotendo la testa quando leggete Diabolik con una birra in equilibrio sulla pancia, e poi aggiunge ‘no, però, Diabolik, se lo inquadriamo nella situazione socio-politica della…’.Insomma: diffidate dai secchioni. Di solito non sono buoni a niente: è solo che fingere di essere intelligenti è più facile che fingere di essere belli. Basta citare i D&G giusti.

Quelli che amano studiare, che hanno passione sincera, sono un’altra cosa – bruciano e godono, come rockstar. Li riconoscete facilmente, i due tipi diversi.

E uno Fnord ai primi non lo si nega mai.

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5 responses to “Di accademia e cose serie

  • G.L.

    Aggiungo. Di solito indossano maglioni a collo alto stile Foucault. Quando vedo un maglione a collo alto in stile Foucault metto mano alla fondina.

    Serio: vero, temo che l’iperpubblicazione accademica sia semplice marchettamento. E necessità per avere fondi. Fare massa critica. Come dici giustamente ci sono accademici e accademici. Punto su quelli R’n’R. Quelli che davvero amano la materia che trattano. Una delle persone più intelligenti che conosca è un accademico che va a spiegare ai vichinghi cosa sono stati i vichinghi. E’ uno che usa Star Trek per spiegarti robe assurde come la semiotica. O Grendel per mostrarti l’antisemitismo. Questa è l’Accademia che vorrei.

  • Valberici

    Posso solo dire che la Legge dei Cinque non erra mai e alla fine Greyface ed i suoi adepti verranno sconfitti 😉

  • Benmot

    Io un maglione a collo alto stile Foucault ce l’ho. .ma solo perché tiene caldo. Ok, non lo metto più uguale XD. Comunque, parliamo, di accademia? E perché non dell’ambito giornalistico, che è un altro ambientino proprio che la scrittura, una cosa che guarda… (cit. Maccio Capatonda)..

  • gnappetta

    e ancora una volta il tempismo dell’immaginauta è spettacolo

  • Juno

    Concordo in pieno con ogni parola scritta qua sopra.
    Mi ha fatto tornare in mente un episodio, all’ultimo anno delle superiori. Più che “critici accademici” coinvolgeva un semplice “lettore accademici”, ma altrettanto indigesto. Di quelli che devono trovare il senso metafisico, parapolitico e filosofico in un libro (come scrivi tu per Diabolik), e che leggono più per sentirsi migliori degli altri che migliori e basta, per se stessi.
    Beh, di fronte all’aeroporto di Atene, durante la gita dell’ultimo anno, una di questi oscuri figuri mi si avvicinò mentre leggevo un libro di Stephen King seduta su una gradinata (Le notti di Salem, mi pare), e mi guardò per un po’ molto preoccupato. Non me ne ero accorta, immersa nella lettura, ma alla fine mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Stai bene? Ma tu…leggi quella cosa solo per svago, vero? ”
    All’epoca sono rimasta così scossa che non sono riuscita a rispondere (quello era il preside). Posso farlo ora:

    “Perché, per quale altra ragione si legge?”

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