L’Uomo Ragno

Sono cresciuto leggendo l’Uomo Ragno.

Sono cresciuto leggendo anche Tolkien, Crowley, Heinlein, Watterson, eccetera. Medievil è stato il videogioco dei miei diciotto anni. Dungeons & Dragons prima, e molti altri gdr dopo, hanno riempito le mie serate. Ho visto Buffy per intero almeno tre volte, singole puntate, molte di più. Ho fatto un salto sul divano quando Gaius Baltar è salito sul Galactica. Quando la Play Press ha pubblicato in Italiano la Morte di Superman, in uno dei suoi temuti volumi brossurati, ho fatto una corsa fino all’edicola della cittadina in cui vivevo, e mi sono preso un intero pomeriggio. Per leggere con calma mentre fuori pioveva.

Da ragazzino potevo andare in estasi per un librogame. Lupo Solitario, che tempi! E i libri-gioco della Fondazione, che pensavo fossero americani ed erano italianissimi! E prima c’era stato Vampiretto, e Vampiretto è un capolavoro sul serio, altro che menate con il glitter. Ho gli indici che scrocchiano per quanto ho pestato sui durissimi joystick del Commodore 64 (ed ero un bambino, all’epoca). Quando facevano X-Files di domenica, ho smesso di uscire la domenica, perchè X-Files mi stava spalancando occhi e cuore. Ho scritto il mio primo romanzo tra i diciotto e i diciannove anni, una roba impubblicabile che parlava di messia pagani e complotti vaticani (qualche anno dopo ho letto il Codice Da Vinci e ho detto ‘mannaggia’). Ho tatuato su un braccio lo stemma di Superman. Sull’altro il simbolo della magia del Caos, che è usato da occultisti veri ma viene anche da Terry Pratchett e anche da Michael Moorcock ed è anche in Warhammer. Ho tatuato anche il Vever di Legba, ma non conoscerei il voudoun senza tutta la robaccia horror che ho mandato giù.

Questo è il mio mondo.

Non ho bisogno di giustificazioni. Non ho bisogno di dire ‘leggo anche altro’. Certo che leggo anche altro: Fante è uno dei miei autori favoriti in assoluto. Ma, e allora? C’è tanta gente che legge solo fantastico (di più: solo paranormal romance) e va bene così, finchè gli piace, finchè lo appassiona.

Quando io dico che per me i libri sono come il cibo, il sesso, i boschi e la magia, lo intendo letteralmente. Non credo che la lettura elevi lo spirito, non più di quanto lo faccia qualsiasi altra cosa. Credo che il piacere elevi lo spirito. Credo che se ti piace leggere (come piace a me), puoi capire il mondo e costruirlo ANCHE leggendo. Credo che se a leggere ti rompi le palle, ma sei un grande surfista, tu possa conquistare una saggezza enorme con tavole e onde.

Ridurre la mente umana a tipografia è umiliante.

E, come dico spesso, vado contro ogni mio interesse professionale nel dire questo.

Una delle mie passioni più vecchie è l’astronomia. Guardi in alto e vedi 61 Cygni, vedi luce che viene da anni passati, da epoche morte. E pensi che sotto i tuoi piedi non c’è niente. Sospeso nel nulla, su un pianeta solo, traballante, in cui la vita, questa preziosa cosa fatta di calore e piacere e amici e feste, è un colpo di singhiozzo, un blip di cui magari nessuno, là fuori, si accorgerà mai.

Ecco. Questa è la mia visione del mondo. Non la mia visione in astratto. Quella concreta, quotidiana. Siamo isolati e perduti nel Cosmo, con una possibilità di capire, di creare la nostra realtà, che ci viene data dal piacere.

In questa visione, per la Critica non c’è spazio.

C’è molto spazio per la discussione da bar. Anche complessa: mai sottovalutare i bar. C’è spazio per dire cosa piace e cosa no, e perchè. Ci sono molte cose che io reputo spazzatura, e ne parlo come tale. Ma è solo per capirsi. Alla fine le cose che scrivo io e cui tengo con la mia vita, e la ‘spazzatura’, sono lo stesso ammasso casuale di atomi e idee. Se una ragazzina piange leggendo Moccia, la mia prima reazione sarebbe dirle ‘ma vai a zappare, imbecille’. Però poi penso che quello che conta è che sta piangendo, si sta commovendo, sta modificando il suo corpo rispondendo ad atomi e idee. E questo è meraviglioso.

Non sto giustificando tutto – il discrimine, per quanto mi riguarda, resta l’onestà intellettuale. Ma è un altro discorso, da fare in un altro momento.

Sto dicendo che l’unico principio che riconosco, quando si parla di storie, è quello del piacere. Non accetto l’idea di ‘insegnare’ al popolo, e sono disposto a insultare persone di potere che la difendono, perchè conosco il loro sistema, conosco i gangli del loro potere, li ho visti da dentro – e credo che vadano distrutti, per il bene (il piacere) di tutti. E non li distruggi ragionando, accettando le loro logiche. Li distruggi mandandoli a monte. Li distruggi delegittimandoli. Li distruggi bombardandoli di Fnord.

(Robert Anton Wilson. Scommetto che molti non sanno chi è. Googlate. E guardate come è morto bene. Ecco: lui fnordava)

Poi, intendiamoci. Questo discorso è tanto vasto da accettare anche i cortellessidi. Perchè se loro hanno piacere a leggere Proust e parlarne con gli amici, e trovano qualcuno abbastanza scemo da dargli soldi soltanto per permettergli di leggere Proust e parlarne con gli amici, buon per loro. Il problema nasce quando a questa gente, o anche a Proust, viene attribuita una patente di superiorità culturale e, inevitabilmente, morale. Il problema nasce quando queste persone, che hanno già vinto una lotteria, si lamentano poi perchè guadagnano ‘poco’ per quello che ‘fanno’ (sarebbe?).

E se io, che sono cresciuto leggendo l’Uomo Ragno, chiedo a loro di parlare di me, di guardarmi, gli sto attribuendo la Patente di Superiorità. Ed è questa patente a generare i loro stipendi.

Si parlava di camionisti, in un commento all’ultimo post. Se tutti i camionisti scomparissero dalla faccia della terra, la mia vita ne sarebbe rovinata, o quantomeno messa in seria difficoltà. Se scomparissero un certo tipo di critici (blogger, giornalisti senza pretese), anche: mi mettono in discussione su un piano pratico, della storia narrata, della vita (alternativa) vissuta, e questo va benissimo. Mi fa crescere come autore e mi diverte un mondo come lettore. Mi dà piacere.

Ma, se scomparissero i Critici accademici, custodi di un sapere di un certo tipo, di una teoria fine a se stessa, alla mia vita che succederebbe? Nel bene e nel male un bel niente.

Perchè a me piace l’Uomo Ragno, e mi va bene così.

Credo serva orgoglio vero, profondo,nella vita. E io sono orgoglioso di quello che mi piace – non ho bisogno d’altro nè di spiegare alcunchè. Cibo, storie, sesso, boschi, si torna là. Anche il pulsare della metropoli, dei suoi spiriti alieni. Mi piace. Mi immerge. Mi culla e mi appassiona. Questa è la mia vita, questo il mio mondo. Non ho bisogno di critici che ne parlino.

Io mi confronto, da lettore e da scrittore, con la materia dura del mito e della Terra, dell’Universo in cui siamo dispersi e delle storie che genera, che racconta attraverso di noi. Questo mi piace, questo mi interessa. Altre discussioni mi annoiano. Le accetterei volentieri, se non avessero pretese di nobiltà. Quelle pretese, è tempo che le perdano.

Ma è come il famoso Re nudo: bisogna dire ‘tu hai il pisello al vento’, altrimenti tutti penseranno che ci sono dei vestiti nobili, raffinati e desiderabili.

Ecco. La Critica ha il pisello a vento.

E oggi fa freddo.

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44 responses to “L’Uomo Ragno

  • Fabrizio

    Sono d’accordo, ma capisco la volontà di GL di sfondargli la porta, alla Critica.
    In realtà per certi versi sta già succedendo. Quando leggo articoli su “Il Cavaliere Oscuro” che parlano di attentati di mafia, vedo che c’è chi il salto lo fa.

    Le situazioni aberranti non sono quelle di Cortellessa: è stato programmato per fare quello che fa.
    Le cose aberranti sono queste:

    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5059c79c-bb12-408d-9096-ff68d2e597f2.html?86975652

    Situazioni in cui un determinato mondo viene snaturato, incasellato, disinnescato. Tanto che l’unico esperto presente lo si fa parlare per tre secondi virgola zero.

    Preferisco una guerra eterna con la critica (per certi versi altri outsider) piuttosto che essere stravolto al punto di non riconoscermi.

    P.S. Rudiger e Lumpi! Da qualche parte dovrei ancora avere il primo volumetto!

  • Okamis

    Uno dei più bei post che abbia mai letto su questi lidi. Tanto di cappello.

    PS: Lupo Solitario, gli appuntamenti fissi con X-Files (non come oggi, dove le puntate vengono organizzate estraendo un numero da un sacchetto), Buffy… Quanti ricordi.

  • Valberici

    Bene, sono d’accordo su molte cose…e ho pure sentito nominare Wilson oltre a conoscere la legge del 5. 😉
    Su cosa sia il piacere si potrebbe discutere a lungo.
    Ma la domada che mi pongo è banale: dove posso trovare “più” piacere?
    Ad es.: ogni anno si pubblicano migliaia di libri, come faccio a conoscere e comprare quelli che mi daranno più piacere?
    Alla fin fine solo questo mi interesserebbe sapere, ed ho già constatato che l’accademia non può esserermi utile 🙂

  • :A:

    Fabrizio, ma veramente…che cazzo te ne frega?
    Ho guardato qualche minuto di quel link.
    E’ evidente che non sanno neanche di che parlano.
    Difendono luoghi comuni d’una banalità sconcertante, difendono, in poche parole, la realtà consensuale.
    Davvero, che c’è di nuovo?

  • eleas

    mi spiace francesco io non la penso come te, il concetto di piacere così espresso mi appare (spero di sbagliarmi) tremendamente riduttivo. Ma a questo punto sono io che ho bisogno di riflettere, mi sa.

  • francescodimitri

    Fab: con GL ne abbiamo parlato a lungo, via mail. Io la capisco benissimo, ma non la condivido. Non è che un programma TV mi stravolga più di tanto: io guardo Battlestar, tanto. E non è che la Critica accademica sia la soluzione a niente. Questione di opinioni, direi…
    Okamis: appunto. E a me, come scrittore, piace generare ricordi.
    Val: non so dove possa trovare ‘più’ piacere. Ma ho il sospetto che il web sia molto più utile dell’accademia, per navigare. Almeno, per me è così. Si fanno errori (contavo tanto su Acacia, e mi ha annoiato a morte), ma almeno non li si fanno dopo aver letto settecento pagine di trattato.
    A: siamo d’accordo.
    Eleas: non lo siamo. Ma questo è nella natura delle cose. Solo ti chiedo (non retoricamente – lo chiedo davvero): qual è un concetto ‘non’ riduttivo di piacere? Il piacere non dovrebbe avere bisogno di troppa elaborazione, per come la vedo io.

  • eleas

    mah ho la sensazione che tu leghi il piacere a un atto strettamente istintivo. Animalesco (nel senso naturalistico del termine concedimelo) oserei dire. Io credo che il piacere per un essere umano ossa essere qualcosa di più. Qualcosa che si gioca con la sua libertà. Con la sua felicità. Con la sua ragione.
    O forse non mi va di accontentarmi di un libro che mi piaccia e basta, che ogni volta che uno legge deve esserci una tensione, un nervosismo di fondo, una spinta, un tremore della mente quasi che deve cercare perché deve cercare sempre modo di uscirne migliorata. Ma come dire temo che questo entri troppo nel come ciascuno affronta la lettura.
    Non so, torno a ponderare.

  • francescodimitri

    Eleas: leggere non può mai essere del tutto istintivo, se non altro perchè devi conoscere un codice (la lingua) che non è facile imparare. Però sì, credo nel piacere dell’istinto, dell’atto puro, e non credo nella possibilità di ‘migliorare’ in assoluto, solo di migliorare in un sistema. In assoluto si cambia e basta, si muta di continuo. Sono, direi, bergsoniano in questo.

  • La forma sotto il lenzuolo e le polemiche sul fantasy « Laramanni’s Weblog

    […] di aggiornamenti. Il post di GL, per esempio: con cui sono amaramente d’accordo. E il post di Francesco, con cui non sono d’accordo. Perchè se è vero che “la storia innanzitutto”, è […]

  • demonio pellegrino

    D’accordo in toto. Tu non sai le volte in cui sono stato accusato di essere un mentecatto per aver detto che la coscienza di Zeno, a me, aveva spaccato le palle come mai nessun altro libro. Mi si e’ detto che o non l’avevo letto (l’ho letto due volte) o che non l’avevo capito. Per cui, se a te non piace qualcosa che l’Accademia ha deciso DEBBA piacere, vuol dire che o menti quando dici che l’hai letta, o non l’hai capita. O sei un bugiardo o sei un coglione, insomma.

    Ecco, e’ da li’ in poi che ormai me ne frego. Ma me ne frego alla grande. Non ho bisogno di andare a sbandierare altre letture (che ci sono, e sono molte) per sentirmi accettato. Anzi, a volte mi diverto a vedere gli occhi dei bempensanti spalancarsi quando dico che il massimo della vita sarebbe andare una sera a un concerto di Britney Spears, dopo aver passato il pomeriggio a leggersi un bel libro di Calvino o di Borges, ma anche di Murakami o King.

    perche’ questo da’ piacere A ME. Non pretendo lo dia ad altri. Ma che non si pretenda di dire a me quello che deve darmi piacere.

  • desian

    Anch’io sono cresciuto leggendo l’Uomo Ragno e Thor e Topolino e giornalini e tanto altro. Poi però, almeno a me è capitato così, a un certo punto queste storie non mi permettevano più di interpretare e capire quello che avevo di fronte, cosa stesse accadendo nel mondo (dentro il quale sono io stesso e siamo tutti noi…) e così, mio malgrado?, ho dovuto cominciare a leggere anche altro, Proust compreso oppure Camus oppure Kafka ecc. Non voglio entrare nel pro o contro Cortellessa, nel pro o contro i critici, ma devo dire che Proust mi fa capire il mondo meglio e con più articolazione dell’Uomo Ragno: eppure li ho letti entrambi. Ergo: o è “colpa” mia che mi accontento di Kafka e non riesco a capire la grandezza sotterranea dell’Uomo Ragno nell’interpretare la realtà oppure l’Uomo Ragno non affronta temi che invece Camus affronta oppure la letteratura è troppo complessa borghese e spocchiosa e il mondo, con la sua stupefacente complessità, è una pura invenzione dell’Uomo Ragno e nessuno me l’aveva ancora fatto capire. Sbaglierò senz’altro. Ciao.

  • astrosio

    leggere per capire il mondo e’ un po’ come scopare per imparare l’anatomia.

  • Juno

    “Io mi confronto, da lettore e da scrittore, con la materia dura del mito e della Terra, dell’Universo su cui siamo dispersi e delle storie che genera, che racconta attraverso noi.”

    Sono con te Francesco. Se prima lo ero per le tue storie, ora posso dire che hai espresso un pensiero che ho quasi percepito con le stesse parole. E’ stato…un piacere. 🙂

  • giorgio fontana

    Ciao Francesco, sono d’accordo con l’idea che la Critica con la “C” maiuscola non abbia senso – se per Critica intendi il “sistema” fine a se stesso di seghe mentali, parassitismo e verbosità inutili e prive di carne.

    Però.

    Dici: “C’è molto spazio per la discussione da bar. Anche complessa: mai sottovalutare i bar. C’è spazio per dire cosa piace e cosa no, e perchè. Ci sono molte cose che io reputo spazzatura, e ne parlo come tale. Ma è solo per capirsi.”

    La mia domanda è: c’è spazio solo per questo? Non è possibile una critica che non sia necessariamente “da bar”? Al bar si dicono anche tante stronzate, e ti assicuro che ne frequento parecchi da sempre: l’appiattimento al “mi piace / non mi piace” è dietro l’angolo, così come il mandare tutto a tarallucci e vino. Fighissimo, ma non c’è spazio per una critica diversa, con strumenti intellettuali, che eventualmente muova anche dall’alto al basso – così come dall’alto al basso muove, chessò, una lezione di biologia. Senza pretese di saperla lunga, ma solo di condividere degli strumenti che esistono e che sono stati esercitati per lungo tempo. (Esempio banale: quando ho letto un libro di Berdjaev su Dostoevskij ho capito di più e ho goduto di più rileggendolo. C’è spazio per questo?)

    Io spero di sì.

    Ciao.

    Giorgio

  • giorgio fontana

    (ps. era un discorso generale e non relativo al sì/no cultura-fantasy-cortellessa eccetera. fra l’altro io sono cresciuto leggendo topolino e dylan dog, ma non nego che col tempo mi siano piaciute di più altre cose. anche se continuo a leggere i vendicatori e devil. i fumetti la sanno lunga).

  • francescodimitri

    Giorgio: ma certo che c’è spazio per tutto. Io non nego niente – includo tutto. Ecco perchè il mio discorso è incompatibile, fin dalle fondamenta, con quello della Critica (Stanley Fish e pochi altri a parte, ma vabbè).

    Però pianto un paletto preciso.

    Il tuo aver letto un libro di Berdjaev su Dostoevskij non ti fa capire ‘di più’ ma ‘diversamente’. Implicare che ci sia un alto e un ci sia un basso, implica che ci sia una catena. E le catene non mi piacciono, di qualsiasi forma, colore e dimensione esse siano. I libri non si ‘capiscono’, si grokkano. Secondo me, ma questo è implicito.

    Se accettiamo che è di diversità che stiamo parlando, allora il ruolo di una casta accademica (economicamente poco forte, vero, ma è fin troppo quello che hanno) che decide i valori reciproci delle opere non ha nessun senso. E quella casta cade. Perchè non c’è più niente da difendere, il forte si è sciolto al sole come un miraggio. E’ un serpente che si morde la coda, davvero.

    L’informazione sui libri che viene fatta su giornali e blog e preziosissima. E può essere argomentata in mille modi diversi. Questo è bene. Il passo successivo, la pretesa di elaborare, è pessimo.

    E’ il criterio di autorità che contesto. Quello di piacere personale, e dei modi di procurarselo, non mi sognerei mai di metterlo in discussione. Sono punk, mica nazi. Io.

  • francescodimitri

    Comunque, per gli anglofili: “Is there a text in this class?”, di Stanley Fish, dice molte cose che condivido. Molte, non tutte. E in Italia è stato messo in discussione, se ben ricordo, da Eco. Lo stesso che ha scritto narrativa noiosissima (opinione personale, come tutte), e che ha detto che per leggere Stephen King bisognerebbe pagare di più perchè diverte.
    Unire i puntini…

  • giorgio fontana

    accetto il paletto.
    metto però un contropaletto. 🙂

    la mia pretesa di catena alto-basso è semplicemente quella di cui ti parlavo: così come accetto che ci sia una catena alto-basso fra chi mi spiega come funziona una dinamo (lui lo sa e io no), penso sia giusto accettarla da chi mi spiega come funziona una storia o che sostrato abbia.
    ovvio: una dinamo funziona in maniera molto più univoca che una storia. e per questo è tanto più divertente indagare le storie.
    altrimenti dire che l’interpretazione di berdjaev e quella del mio vicino di casa diciassettenne che ha appena letto l’idiota e gongola (giustamente), sono LETTERALMENTE identiche. non dico che l’una abbia più valore dell’altra – tutt’altro: dico che conservare una certa differenza fra mero godimento e discorso tendenzialmente oggettivo. altrimenti è tutto bello o tutto brutto solo perché a me piace e a te no. ci può anche stare: ma lo trovo riduttivo. (fra l’altro non sapevo cosa volessere dire “grokkare”. ora lo so).

    anch’io contesto il criterio di autorità, e ora più che mai: in un paese dove “chi l’ha detto” conta molto di più di “cosa ha detto”, questo è un gesto da tenersi stretto al petto.

    ma vorrei tenerlo distinto dal valore di una ricerca intellettuale onesta e sana. credo sia solo qui il filo del rasoio.

  • Niccolo'

    Sto seguendo questi tuoi ultimi post e interventi con interesse, ed essendo di base d’accordo con te non ho nulla da aggiungere. Con Stanley Fish mi hai molto incuriosito e mi sa che mi procuro quel libro. Mi sembra interessante, come tutto ciò che rifiuta approcci metafisici in favore di un rigoroso & sano pragmatismo. Charles Sanders Peirce, quanto mancano i monumenti a te dedicati in ogni città…

  • Giorgio A.

    Caro omonimo, ti do la mia interpretazione.
    Una dinamo è una cosa oggettiva. O funziona (e produce elettricità) oppure non funziona (e non la produce).

    Una storia non è oggettiva. Può piacere a te, quindi funziona per te, e può non piacere a me, e quindi non funziona per me. Non ci può essere qualcuno che mi spiega “come funzionano le storie”, perché non esiste il manuale delle storie. Anzi, esiste, ne esistono diversi, e portano a scrivere storie più o meno tutte uguali, proprio perché le istruzioni (di solito) non permettono interpretazioni diverse. Infatti se vuoi costruire una dinamo devi seguire certe operazioni di base obbligate, perché altrimenti il meccanismo non funziona. Per le storie non ci sono meccanismi di base, a meno che non parliamo della letteratura di tipo Harmony, che comunque “funziona” in qualche modo, perché appassiona qualcuno. Giusto? Sbagliato? Che ci importa? Perché dovremmo ergergi a paladini di non si sa cosa e sostituire in una persona un piacere con un altro?

    Perché tutti vorremmo che il piacere che provano gli altri sia lo stesso che proviamo noi. È difficile accettare che ci sia qualcuno che prova piacere in modo diverso, basta guardarsi in giro. “Ma che musica ascolti, senti qui invece”, “Ma che razza di libri leggi”, fino a casi estremi tipo la sessualità.

    Ecco, il Critico con la C maiuscola, quello che non piace, è quello che vorrebbe che tutti leggessero quello che legge lui. Perché lui, probabilmente in buona fede, è convinto che sia migliore. Migliore, peraltro, di altre cose che non conosce, ne è convinto a prescindere.

    A Desian, invece, vorrei dire che hai fatto benissimo a lasciare indietro l’Uomo Ragno e Topolino, se la lettura di Proust, Camus e Kafka ti dava di più. Benissimo. Adoro Kafka.

    È l’idea dell’impossibilità di una convivenza tra le due cose che rende la Critica Accademica fastidiosa. Oppure l’idea che una convivenza sia possibile, ma come quella di un padre saggio, benevolo e paziente con un figlio ribelle e un po’ ignorante.

    Col cazzo.

  • francescodimitri

    Giorgio: ecco su cosa non siamo d’accordo (mica è un male, intendiamoci). Per come la vedo io il paragone tra dinamo e storie è improponibile, a qualsiasi livello. Ed è tipico della cultura Occidentale, ed è uno degli aspetti di questa cultura che non mi piacciono (ne ha altri che amo: tipo, poter stare seduto qui a parlare a distanza con gente). Uno degli aspetti che rifiutto in toto.
    Niccolò: il discorso sulle interpretative communities ti piacerà moltissimo. E il libro su Amazon lo trovi, usato, a poco, credo.

  • francescodimitri

    Giorgio A.: amen, fratello. E giuro che appena mi libero riprendo la wave che era interessantissima.

  • giorgio fontana

    francesco, secondo me basta non intenderlo come un “io detengo il potere e la ragione – tu sei uno stupido e devi apprendere passivamente”. spoglialo di tutta la “lotta per il canone” e riducilo semplicemente a un’idea base, anche il più dialogante possibile: x sa più di y di una cosa, la trasmette liberamente, accetta commenti e aggiustamenti.
    (l’esempio della dinamo era troppo “tecnico-occidentale”, lo ammetto).
    ma anche nella cultura orientale (in ogni cultura) c’è chi trasmette quello che sa, e chi lo riceve e lo critica e lo distrugge.
    perché non dovrebbe valere anche per le storie? e soprattutto, ed eventualmente: perché la comprensione ulteriore, o anche l’analisi critica, dovrebbe uccidere il godimento?

    tutto qui.

  • giorgio fontana

    @giorgio.

    non sono d’accordo. i meccanismi (SOLO i meccanismi) delle storie sono più o meno molto simili fra loro, e ripetibili. insegnare a raccontare si può fare: così come si può insegnare a scrivere meglio (che piaccia o no, è ANCHE una tecnica). e ci sono storie che funzionano e che non mi piacciono, quindi il “funzionamento” (la buona narrazione) non si riduce al mero godimento.

    “Perché dovremmo ergergi a paladini di non si sa cosa e sostituire in una persona un piacere con un altro?”

    Mai detto questo. Sostituire il piacere è impossibile. Argomentare della bellezza o della validità, sì. E si può fare al bar come sui giornali: basta farlo con onestà intellettuale e senza pretendere di avere in mano la ragione assoluta.

  • francescodimitri

    Mai detto che l’analisi critica uccida il godimento. Dico solo che non ne è garanzia. Quella che tu chiami ‘analisi critica’ è una pratica di consumo tra tante, nè di più, nè di meno.

    Però, occhio. Nel momento in cui si accetta fino in fondo questo, si abbatte il concetto stesso di Accademia. Perchè se la sua pratica è una fra tante, non è chiaro perchè debba generare stipendi.

    E poi: sei ancora troppo ‘tecno-scientifico’ per i miei gusti. E’ possibile trasmettere un certo tipo di conoscenze sul fuoco (se lo tocchi brucia). Perfino sulle storie ci sono conoscenze molto generali che hanno un certo valore. Ma, prima di tutto, sono davvero molto generali.

    E poi, se qualcuno le deve trasmettere sono i tecnici, non i teorici. Se ho bisogno di usare una dinamo, preferisco un tecnico di laboratorio a un fisico quantistico. Se devo imparare a raccontare storie nel mio contesto e nella mia cultura, voglio Joss Whedon, non Cortellessa (o Eco, o che so).

    Ecco. Nel campo delle storie, credo che i fisici quantistici siano magnificamente inutili.

  • Giorgio A.

    Appunto Giorgio F, qui ci si lamenta proprio di chi argomenta di bellezza e validità come valori assoluti, canonizzati e adamantini. Quando dici che si potrebbe fare “X sa più di Y di una cosa, la trasmette liberamente, accetta commenti e aggiustamenti”, siamo teoricamente d’accordo, benché il “X sa più di Y” è già di per sé discutibile. Poi si arriva al “accetta commenti e aggiustamenti”. E questo non accade sempre. Perché nel momento in cui una persona si sente parte di una categoria di sapienza superiore, non accetta che qualcun altro neghi i suoi pareri. Il Critico con la C maiuscola, sentenzia e non accetta idee diverse.

  • giorgio fontana

    mah. non so più cosa fare per cercare di liberarmi dal brutto esempio della dinamo, che temo abbia viziato un po’ la conversazione.

    sono d’accordo che l’analisi critica non è garanzia di godimento. anzi, proprio per questo secondo me va tenuta distinta.
    porto il discorso all’osso: secondo davvero va tutto ridotto al “mi piace / non mi piace?” intendiamoci, è una posizione più che legittima. mi interessa solo capirla.

    per quanto concerne le storie, non so. tu sei un narratore eccellente e le tecniche le hai introiettate alla perfezione. ma chi non le ha? dobbiamo rassegnarci a dirgli che “sono molto generali” e hanno solo “un certo valore?”
    semplicemente, vorrei evitare che la narrazione diventi un’arte solo e soltanto di chi queste tecniche, magari le ha acquisite più in fretta e per talento naturale. credo che voler raccontare bene una storia sia un diritto di ognuno. e se ci sono delle tecniche che possono aiutarlo, perché no?
    senza contare ovviamente i vari linguaggi della narrazione. sarà un discorso “tecnico-scientifico” e potrà anche non piacerti, ma se non imparo a scrivere una sceneggiatura difficilmente potrò scrivere un fumetto – e raccontare la storia che ho in mente, con le immagini che ho in mente.
    e questo si insegna. e si impara.

    infine.

    “Perchè se la sua pratica è una fra tante, non è chiaro perchè debba generare stipendi.”

    boh… forse proprio perché è una fra tante, e ci sono un sacco di cose inutili che generano stipendi. 🙂

  • giorgio fontana

    giorgio: senz’altro e purtroppo accade che ci sia sempre una sorta di difesa del “canone intoccabile”. ma questo secondo me dipende dalla casta, non dall’esercizio dell’analisi. (cioè è un problema di persone e non della critica con la “c” minuscola).

  • francescodimitri

    Giorgio F. (e perdonami per il tono Melissa P.): io ho la pessima abitudine di non usare faccine, ma tieni conto che tutto quello che dico, se me lo senti dire a voce, ha un tono molto più ‘leggero’ di quanto passi qui.

    Però non è la dinamo il mio problema – è che tutto il linguaggio che usi è intriso di un certo tipo di immaginario, che non è il mio.

    E ti rispondo chiaramente: si, “mi piace/non mi piace” è tutto. Si può elaborare, farlo è divertente e magari anche utile, ma l’osso, il cuore, il nocciolo del perchè si legge è sì/no. Come quando fai sesso, la mia solita metafora poco scientifica: puoi parlarne finchè vuoi, ma quel che conta è se ti sei divertito o hai fatto yawn. E per me non c’è nessuna differenza concettuale tra sesso e libri (e cibo e boschi e passeggiate in grandi città).

    Poi. Sì, dobbiamo dire che le tecniche sono generali e contestuali al tempo stesso. Nella nostra cultura, “show don’t tell” è una buona idea. In linea di massima. Poi esce qualcuno che tella un sacco e non showa niente e scrive un gran libro. Io credo molto nel valore dell’artigianato, dell’impegno, e nella possibilità di tutti di raccontare storie – ci credo al punto che sto lavorando a un progetto molto, molto grosso di cui parlerò tra breve, che va in questa direzione. Credo però anche che, per quanta bottega tu possa fare, se non ti impegni da solo non diventerai mai un artigiano neanche mediocre.

    E credo anche che se queste tecniche deve trasmetterle qualcuno, è chi le pratica, non chi le studia. Un sessuologo può parlare a lungo e bene, ma se vuoi imparare a scopare davvero, vai da una puttana.

  • Giorgio A.

    Giorgio F, hai ragione quando dici che se non impari a scrivere una sceneggiatura non scriverai mai un fumetto. Ti capisco in particolar modo, avendo io frequentato la Scuola del Fumetto di Milano. Dove però, a insegnare, ci sono fumettisti e sceneggiatori, tutti con un grosso e grasso curriculum di FUMETTI allo spalle. Non insegnano teorici del fumetto e nemmeno critici. Insegnano fumettisti.

  • giorgio fontana

    benone. ora ho capito meglio alcune cose, anche se continuo a pensare che non si riduca tutto al “mi piace / non mi piace”.

    comunque, anch’io sono convinto che la bottega senza l’impegno (e il talento) non colmi il sacco della storia – così come credo che il talento da solo senza il duro lavoro sia un’invenzione ridicola.

    buone storie!

  • giorgio fontana

    giorgio: ovvio. il critico non deve mica insegnare una tecnica. stavo parlando dell’esistenza di determinate tecniche o meno, proprio perché mi sembrava che tu negassi l’esistenza di considerare una storia come “funzionante” o meno. (e per “funzionante” intendo così come i tuoi insegnanti cercano di spiegarti. ci sono storie della marvel, penso ad alcune run degli ultimates, che mi fanno schifo: ma tecnicamente funzionano benissimo. così come un assolo dei gammaray mi fa generalmente schifo, ma tecnicamente è ineccepibile).

  • Giorgio A.

    No, non nego che esistano delle tecniche, nego che siano essenziali. Infatti la Storia insegna che ogni tanto arriva qualcosa che stravolge le regole e crea una rivoluzione. Il rock, con le radici nel blues, ha cambiato le regole della musica, che doveva cantare di cose belle e piacevoli. E infatti ha dato subito fastidio a molti di questi Critici di cui si parla qui in toni non simpatici. Poi quando ci si è abituati al rock, è arrivato il punk e che fosse studiato a tavolino o meno non ha importanza, ha infranto le regole, le “tecniche” di nuovo.

    Dante ha cambiato le regole della letteratura di un tempo, passando dal latino al volgare e facendolo per un opera di ampio respiro.

    Diciamo che le regole, nell’arte (ovvio che nella scienza magari non è proprio così) sono utili specialmente se trovi il modo di romperle in modo efficace.

  • Giorgio A.

    Poi concludo notanto che tu riesci ottimamente a differenziare una cosa che non ti piace ma che ritieni funzionare. Pensa però che ci sono persone che sono convinte che siccome alcune opere non seguono certe regole, preesistenti e ben definite nelle loro menti (benché piuttosto nebulose nella realtà), non solo non devono piacere, ma non dovrebbero nemmeno essere pubblicate.

  • ghepardone

    Ciao ho letto la discussione su lipperatura condivido quello che hai scritto e mi permetto di mandarti questo estratto da un testo che se non conosci credo potrebbe interessarti .
    Matteo

    da ASFISSIANTE CULTURA,
    di Jean Dubuffet

    Attribuire alla produzione artistica un carattere socialmente meritorio, facendone una funzione sociale degna di rispetto, significa falsificarne profondamente il significato. La produzione artistica è una funzione specificamente e fortemente individuale, e quindi assolutamente in contrasto con qualsiasi funzione sociale. L’arte non può essere che una funzione antisociale, o almeno asociale. Sono un individualista. Il che significa che penso che il mio compito di individuo sia quello di oppormi agli obblighi che nascono dagli interessi del bene sociale. Gli interessi dell’individuo sono opposti a quelli del bene sociale. Quando cerchiamo di servire contemporaneamente l’uno e l’altro, otteniamo soltanto ipocrisia e confusione. Se lo stato ha il compito di proteggere il bene sociale, io ho il compito di proteggere il bene dell’individuo. Per me, lo stato ha una sola faccia: quella della polizia. Questo volto, ai miei occhi, è quello di tutti i ministeri statali: non posso fare a meno di pensare al ministero della cultura come alla polizia della cultura, con i suoi prefetti e i suoi commissari; e questa faccia è per me insopportabile. Sono convinto che in una collettività gli individui di cui essa è composta si debbano sforzare di far prevalere la norma individuale sulla norma sociale. L’opposizione tra il bene individuale e il bene sociale dovrebbe essere fortemente sentita e mantenuta in vigore. Se gli individui si conformano alla norma sociale e cominciano a dare più peso al bene sociale che al bene individuale, non ci saranno più individui, e quindi non ci sarà nemmeno più una collettività degna di tale nome. La fantasia, l’indipendenza, la ribellione, tutte forme di esperienza opposte al bene sociale, sono necessarie alla vita di un gruppo. Esso sarà tanto più sano quanto maggiore sarà il numero degli irregolari. Non c’è niente di più sclerotizzante dello spirito di sottomissione. La casta dominante, circondata dai suoi chierici (che aspirano soltanto a servirla e ad inserirsi in essa, nutriti come sono dalla cultura che essa ha elaborato a suo esclusivo beneficio), quando apre i suoi castelli, suoi musei e le sue biblioteche, non intende certo aiutare il lavoro creativo. Con la sua propaganda culturale, la classe dominante non vuole far nascere scrittori o artisti, ma soltanto lettori e spettatori. Il compito della propaganda culturale è infatti proprio quello di far sentire alle classi inferiori tutto l’abisso che le separa dai prestigiosi tesori di cui la classe dominante detiene le chiavi, e l’inanità di ogni sforzo teso a produrre un’opera creativa valida al di fuori delle strade già tracciate.

  • giorgio fontana

    già. ma di nuovo: questo è un problema di quelle determinate persone, secondo me, e non delle tecniche. (così come dicevo che bisogna distinguere fra l’atto della critica e una Casta che Critica – malamente – in un dato momento storico).

    infine. che le regole possano essere rotte è sacrosanto, ma senza conoscerle si rompe ben poco. e ci sono un sacco di cose a modo loro “regolari” (per cercare di dare un senso a un’espressione che riconosco bruttina) che sono uno sballo. insomma, non vorrei finire nel solito baratro per cui se esiste duchamp allora tutti dobbiamo metterci a fare cessi.

  • irene

    Giorgio F.
    Spesso ( O SEMPRE) le regole nuove rispetto ai predecessori,sono desunte a-posteriori da coloro che,non potendo negare la grandezza di una nuova opera , cercano di SPIEGARLA,, e dunque di carpirne i segreti , di possederla, imbrigliarla,costringerla in regole che ,certo ,ci sono ma sono interne alla nuova opera: perciò non hanno valore universale,ma sono funzionali all’ opera stessa.
    E BASTA. Guarda la Commedia di Dante, tanto per esagerare. In questo senso condivido il “a modo loro regolari” (Lapsus freudiano?) , ma non credo sia questo il senso che GiorgioF. intendeva. ciao
    una lettrice

  • giorgio fontana

    ciao irene.
    sarà come dici tu: io dico che invece di citare sempre casi come dante – che è un esempio, appunto, “esagerato” – vorrei magari parlare delle migliaia di bravi scrittori o artisti che si attengono alle “regole” e ne fanno buon uso. anzi, ottimo uso. (altri esempi oltre dante?)

  • francescodimitri

    Giorgio F.: Tolkien. Joss Whedon. E sono solo i primi due che mi vengono di getto. Sono della scuola di Jack Sparrow: il regolamento è più… una traccia.

  • giorgio fontana

    allora, cerco di rendere concreti questi discorsi finora troppo vaghi su “regole” e “regolamento”.
    diciamo che ci sono determinati artisti che fanno terra bruciata e trascendono quanto accaduto in precedenza. esempi nella musica (stasera mi viene in mente questo): beethoven, il secondo coltrane, i radiohead di “ok computer”.
    va bene.
    nel “paradigma” precedente, intanto, ci sono un sacco di ottimi, geniali, grandissimi artisti che non rivoluzionano niente ma fanno ottime cose: bach, wayne shorter, i soundgarden.

    vorrei ora capire di cosa stiamo discorrendo o quale sia il nuovo punto: “il regolamento”, qualunque cosa sia, è una traccia. benone! è un problema? per me no. dobbiamo pensare che tutti gli artisti “imbriglino in regole” l’opera di un grande e ne siano epigoni? assolutamente no, secondo me.

    tutto qua. solo, non vorrei finire nel discorso sterile dove io cito uno e l’altro cita un altro e si combatte fra nomi senza capire cosa c’è sul tavolo.

  • irene

    Prima di rispondere ,una domanda”Cosa intendi per bravo scrittore?” Non certo colui che scrive seguendo il”Manuale del Giovane scrittore” o “Dieci consigli per diventare scrittori in tre giorni” e così via. Certo che la scrittura (o la pittura o la musica ) si basa sulla competenza professionale o artiganato come dir si voglia, ma NON è la competenza: infatti si chiama Arte quando riesce . E l’arte non è regolamentabile.Inoltre, seE

    non vado errata abbiamo qualche esmpio anche nella letteratura legittimata PERFINO di “licenze poetiche o d’autore” nel’ambito della grammatica e della sintassi : il massimo della sregolatezza e dell’ insubordinazione . E infine.hai mai visto uno scrittore degno di questo nome che non interpreti le regole a suo modo? Ma inerpretare significa dare un significato (personale e unico) . Il che significa che , in letteratura, la regola è lì per essere negata visto che non può sopportare mille interpretazioni diverse e contrastanti fra di loro . Mi viene un orribile sospetto:che tu voglia resuscitare le famigerate eccezioni latine? In tal caso, ti avverto, ti
    scaglierò contro schiere di liceali inferociti!

    ciao irene

    ps Dante si cita per dovere d’ufficio. Se guardo il panorama dell’arte contemporanea io vedo un tappeto di regole morte o moribonde sempre più spesso( nel senso del
    volume) e una torma di epigoni ,senza fantasia, che tentano di resuscitarle, non essendo capaci di crearsi le proprie. Ma toglimi una curiosità: tu non ami la fantasia? Ciao davvero. per me è tardi
    irene

  • giorgio fontana

    irene, mi sembra che sia tu a fare dell’eccezione la tua regola personale: per cui tutti devono essere eccezionali o scardinatori di qualsiasi forma eccetera.
    non ho mai parlato di scrittori che si attendano al “manuale del giovane scrittore” né voglio resuscitare le “famigerate eccezioni latine” (fra l’altro non so francamente a cosa tu ti riferisca: cos’è una “eccezione latina”?).

    per finire: sì, amo la fantasia. perché non dovrei?
    anche qui, continuo a credere che tu mi veda come uno strenuo difensore del canone o delle regole, mentre sto solo cercando di fare dei distinguo, esattamente come dicevo prima: ci sono artisti che si attengono a un certo paradigma (interpretandolo, ovviamente, a modo loro), e altri che lo scardinano.

    ps. dici di vedere “una torma di epigoni”. me ne citi almeno cinque? non è pignoleria, è curiosità.

  • Benmot

    “Ho tatuato su un braccio … il simbolo della magia del Caos, che è usato da occultisti veri ma viene anche da Terry Pratchett e anche da Michael Moorcock ed è anche in Warhammer.”

    + 20 punti nella mia personale classifica dei miti viventi. Da una vita me lo voglio fare all’altezza del cuore con le otto frecce che si dipanano… però mi rendo conto che è di un tamarro allucinante, oltre che ho una soglia del dolore ridicola !

  • Giorgio A.

    Ciao Giorgio, Irene, eccetera, credo ci sia un malinteso di fondo, ci siamo ritrovati a bisticciare tra di noi su regole-non regole e cose simili, quando penso che si abbiano più idee in comune di quanto non si pensi.

    Sono più che d’accordo quando dici che ci sono ottimi artigiani/scrittori/musicisti, insomma AUTORI che producono eccellenti opere seguendo le regole. Ma non sono quelle di cui si parlava negli ultimi post le regole che a me non piacciono e sembrano invece piacere a una certa “intellighenzia” letteraria. Non sono le regole del come, ma del cosa, e nella fattispecie, si parlava di come il fantasy sia automaticamente considerato inferiore in virtù del fatto che È fantasy, che parla di argomenti fantastici, irreali. A questo punto, le regole che non mi piacciono diventano queste: se vuoi scrivere “alta letteratura”, devi parlare di “tematiche alte”, altrimenti non sarai legittimato. Se scrivi di fantasy e fantascienza sei fuori.

    Sono queste le regole che non seguiamo. Che poi, io non scrivo, quindi mi ci metto dentro come lettore, quindi non leggo un libro solo in quanto ha ricevuto il bollino di “alta letteratura”, ma solo se mi ispira.

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