Siamo chiari

Quando è notte e fa freddo, non credo che qualcuno mi proteggerà.

Stimo il lavoro della Polizia, ma so che loro hanno pistole, io no.

Stimo il lavoro degli insegnanti, ma so che loro giudicano gli alunni, gli alunni tacciono e incassano.

Stimo il lavoro dei giornalisti, ma so che se loro insultano è un’analisi, se lo fa un blogger è invidia.

Io credo che nessuno abbia niente da insegnarmi. Credo però che da molti io possa imparare.

Non  credo in nessuna forma di autorità. Che abbiano penne o manganelli, quelli che cercano autorità (fisica, morale, etica, è lo stesso) sono solo questo: piccoli ometti impauriti, che sanno che il mondo potrebbe divorarli, e nel frattempo sperano di ingozzarsi.

Non credo nei colti, nei maestri di pensiero, non credo nel Potere Intellettuale di Chi Sa Come Vanno le Cose. Non credo in analisti e sottili pensatori.

La società è un male necessario, forse – nel senso che forse è necessario.

Alla fine solo le persone contano.

Le persone vivono, esistono, mangiano, ridono, e poi muoiono, sole alla fine com’erano all’inizio. Sono le persone a dover essere libere, libere quanto più possibile. Libere in concreto, non libere ‘ma’ o libere ‘però’.

Libere di fare – il che non significa libere dalle conseguenze di quello che fanno.

La libertà comporta responsabilità. Ma se io volessi decidere il confine per gli altri, meriterei di essere trattato come un nemico vero. Senza pietà.

Il resto?

Cazzate.

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15 responses to “Siamo chiari

  • Valberici

    Ma credi nella conoscenza e che essa possa essere trasmessa(non insegnata) ?

  • francescodimitri

    Val: diciamo che non credo esista conoscenza che non sia costruzione. Non ‘capisci’ un fenomeno – ne inventi un modello, che per alcune cose funziona bene, per altre no. E no, non credo sia trasmissibile. Però può essere ricreata di volta in volta, in forme nuove – e in questo sì, un aiuto può essere utile. Può, non ‘è’. ‘Utile’, non ‘indispensabile’.

  • Valberici

    “Non ‘capisci’ un fenomeno – ne inventi un modello”

    Però è possibile inventare un modello e imporlo ad altre persone?
    Possiamo fare in modo che altre persone “vedano” quello che noi vogliamo?
    Se questo fosse possibile allora ci sarebbero uomini soli e uomini che nascono e muoiono in compagnia di “servi” a loro simili.
    Allora libertà significherebbe essere in grado di costruirsi autonomamente modelli interpretativi ?

  • francescodimitri

    Val: si, è possibile inventarlo e imporlo. Lo si fa tutti i giorni. E lo fanno soprattutto quelli che pretendono di ‘liberarle’, quelle persone – perchè la loro idea di liberazione è solo un altro modello, il loro. Ecco perchè sì, credo che libertà significhi costruirsi il proprio… ‘reality tunnel’. Se posso farmi auto-promozione, butta un occhio all’ultimo capitolo della “Guida alle case più stregate del mondo”, che lì dico come la penso in modo più articolato, a riguardo.

  • ilgiovannidellepaludi

    Penso che “Nessun Dove” (Neil Gaiman) racconti bene una parte della stessa idea espressa da francesco. Mi sbaglio?

  • giulia

    Esiste la concreta possibilità che io non abbia capito niente del discorso, e quindi chiedo: il tuo parere è che libertà sia sinonimo di anarchia?

  • francescodimitri

    Giovanni delle paludi: non ti sbagli per niente.
    Giulia: sì. Ma non, per citare Tolkien, nel senso di ‘uomini barbuti che lanciano bombe’. L’anarchia ha soltanto un pessimo ufficio stampa.
    Poi, si può anche essere disposti ad accettare una certa dose di sopruso, per motivi pratici – io lo sono. Ma è un compromesso, non è un modo per essere “più” liberi/consapevoli/quelchesia. E chi dice il contrario, di solito, ha qualcosa da guadagnarci.

  • gdf

    Bella quella degli studenti che incassano giudizi e restano zitti.
    Non i miei. E nemmeno vorrei fosse altrimenti.

  • francescodimitri

    Gdf: ma allora sono partner alla pari. Che è una cosa molto sana – ma anche molto rara.

  • ilgiovannidellepaludi

    Mi piace (e condivido) l’idea di anarchia (il termine “libertà” è ormati troppo inflazionato e svuotato di senso) “mitigata” esclusivamente da ragioni pratiche. E’ una grande lezione di civiltà.
    Quindi, qualora non vi siano ragioni pratiche per limitare l’autonomia di ciascuno, nessun limite dovrebbe essere ammesso.
    Mi sembrano affermazioni sane e genuine.

  • gdf

    francesco, non è così semplice (oddio, mi sento Andreotti ne Il Divo).
    Perchè quando insegni hai bisogno di una struttura di potere per poter insegnare (di norma si chiama disciplina), ma se sei un’insegnante degno di questo nome vuoi che questa struttura sia scelta dagli alunni, e che sia collaborativa, e che sia ‘smontabile’ di volta in volta. Nella realtà però non sempre così. Per la semplice ragione che la scuola è un’imposizione profondamente innaturale (stare seduti sette ore di seguito a 14 anni, etc). Vale però, secondo me, lottare, perchè davvero c’è tanto da imparare. E non sto parlando dei ragazzi. Sto parlando di me. Poniti la domanda: io se insegnassi, come insegnerei? Questo per dire che tutti abbiamo dei ruoli ( non solo il nostro lavoro ma anche essere figlio, padre sono ruoli e hanno a che fare con una infrastruttura di potere) e siamo tutti individui; quando individui lo siamo davvero cambiamo anche i ruoli che vestiamo.
    Capire queste strutture, usarle per quello che sono, e lasciarle andare senza immedesimarsi con esse, mi sembra una bella e giustra lotta.

  • francescodimitri

    Giovanni delle paludi: esatto.
    GDF: si riallaccia a quanto detto dal Giovanni. Le strutture ci sono e, entro certi limiti, è inevitabile che sia così. Usarle senza crederci è molto difficile, ma è, come dici tu, una ‘bella e giusta lotta’. L’importante è non finire per difendere quelle strutture in quanto tali – perchè in qualsiasi mondo, è vero che costringere un ragazzino a sedere per sette ore di fila è un atto di violenza pura. E te lo dice uno che viene da una famiglia di insegnanti, e che davvero ne rispetta il lavoro. Ma i ruoli restano quelli, e la violenza è incisa nella loro natura…

  • Ema

    francesco, mi sembra che tu sia perfettamente in linea con quanto emerge dalla lettura di “Pan”, e io questa la chiamo onestà dello scrittore 😉 Dal Mare docet, o meglio mis-docet.
    Io credo nelle strutture. Fa anche parte del mio lavoro crearle (fai l’educatore? no, grazie, faccio l’informatico) ma per esperienza nel mio campo so che chi dà senso alle strutture è chi dovrebbe ragionare in base ad esse. Struttura serve per sopperire alla mancanza dell’individuo: se l’individuo non mancasse, non ce ne sarebbe bisogno… ma chi stabilisce se questo individuo “manca”? solito vecchio tema. Nell’insegnamento, la situazione descritta da gdf è ideale e quasi utopica perché non può prescindere da una totale partecipazione consapevole di ambo le parti: chi impara, e chi ha da insegnare. Nel rapporto uno a molti , è impossibile. Lo dice la Ragion Pratica, temo, sotto le perniciose vesti della Statistica (BRRR).

  • GDF

    Non è impossibile, è quasi impossibile. Ma il “quasi impossibile” non è il territorio degli utopisti? Anarchici inclusi.

  • Giovanni Padrenostro

    Può essere che non abbia capito il discorso (ma proprio perchè voglio capire):

    Dici che “la libertà comporta responsabilità”. Ma se la responsabilità non viene trasmessa (non è innata negli individui e, secondo me, non l’acquisisci senza confronto), come si può sperare di vivere in una società anarchica, ma giusta ed equa?
    Alla maniera del Joker?

    Hai aggiunto che per motivi pratici si possono accettare una serie di soprusi. Quindi una serie di regole, magari autoimposte, che limitano le libertà di movimento dell’individuo.
    Ne deduco che possa esistere una società autogestita che condivida una serie di regole comuni.
    Non ti sembra che così facendo ci possa essere sempre un modello che si impone rispetto ad un altro?

    Il mondo di “nessun dove” non va fino in fondo (c’è sempre una sorta di rassicurazione intrinseca al potere).
    Non mi sembra cosi lontano da posti molto reali.

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