Importazione

Una cosa su cui riflettere, nel dopo-Lucca.

I numeri che ha fatto la fiera, nonostante la pioggia, nonostante i problemi organizzativi, nonostante tutto, sono impressionanti: si parla di 135.000 paganti, più standisti, ospiti e varia umanità.

Tutti riuniti a celebrare i riti di un certo immaginario – fatto di fumetti, giochi, letteratura fantastica e ci siamo capiti.

Numeri positivi?

Per niente.

135.000 persone, dicevamo. 135.000 persone venute a celebrare un immaginario che, in grandissima misura, è ancora d’importazione: un immaginario inglese, americano, giapponese, e solo in minima parte italiano.

Quindi: il pubblico in Italia c’è, eccome, ma la produzione autoctona è scarsa.

135.000 persone.

Chi trova i cosplayer, parbleu, poco elevati, chi trova che senza una robusta dose di semiotica non ci sia Cultura, chi trova che senza il plauso di tizi che annoiano perfino se stessi, la vita sia plebea, ricordi: 135.000 persone.

E ancora, il fantastico è un genere secondario nel nostro Paese (e considerati i fasti di tanto ‘primario’ noir, magari è meglio così). 135.000 persone che sfidano freddo, pioggia e Trenitalia per pura passione, eppure, strutture produttive che non sono in grado di soddisfarla se non importando, strutture economiche che non sono in grado di prendere soldi (perdonate la volgarità) da un pubblico che non vede l’ora di darli.

A volte penso che l’Italia sia già morta. Ed è proprio la passione di 135.000 a metterlo in mostra. Buffo, no?

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18 responses to “Importazione

  • Okamis

    “135.000 persone che sfidano freddo, pioggia e Trenitalia per pura passione, eppure, strutture produttive che non sono in grado di soddisfarla se non importando”

    Io vedo invece un altro problema, o meglio una sfumatura diversa: ovvero che anche importando non si riesce a soddisfare buona parte di questa clientela, e questo perché non si sa nemmeno cosa importare. Ci si affida alle mode facili, senza riuscire a puntare oltre, senza riuscire a crearle. Siamo un popolo che ha una paura fottuta, che giorno dopo giorno si chiude sempre più nel suo recinto. Siamo così terrorizzati dal fantastico che per “giustificarlo” siamo (sono) costretti a guardarlo sotto la lente del “reale”.

  • Lara Manni

    O forse, aggiungo sommessamente, il fantastico italiano si sta autoghettizzando.

  • francescodimitri

    Okamis: soprattutto sull’ultima frase, non potrei essere più d’accordo. E anche sul problema dell’importazione lo sono abbastanza – ma il discorso che faccio è ancora diverso: un’industria editoriale che campa di traduzioni non è sana, non produce cultura (in senso antropologico – gli altri sensi, non mi interessano), e neanche, economicamente, gli utili che potrebbe. Poi,credo non sia colpa soltanto dell’editoria in sè, ma che sia un problema più stratificato…
    Lara: io non credo che esista un ‘fantastico italiano’, e in genere, le definizioni geografiche non mi fanno impazzire. Peraltro, uscire dal ghetto per andare incontro a chi, Accabadora e Acciaio? Ma anche no, grazie…

  • Lara Manni

    Francesco, e cosa c’entrano Accabadora e Acciaio, scusa? Io parlo di chiudersi nei propri recinti di autori italiani (di qui la definizione, giocoforza, geografica) di genere, non di appiattirsi sul mainstream.

  • Okamis

    @ Francesco:
    Sì, capisco. Per questo parlavo di sfumature. Sentendomi ben poco italiano (in quest’ultimo periodo più che mai) tendo a fregarmene dell’origine di una buona opera d’arte, per goderne e basta. Ma è un comportamento a volte sbagliato, lo so. Perché è vero: se in Italia non si crea, significa che nel mondo c’è una porzione in più ammorbata dall’immobilismo culturale.

    Sul discorso economico, non credo si tratti di volgarità, ma solo uno dei tanti aspetti con cui è doveroso guardare le cose.

    PS: Ma poi la mia e-mail ti è arrivata?

    @ Lara:
    Appunto: non è il fantastico italiano che si sta ghettizzando, ma certi autori italiani, che è ben diverso. E ad alcuni autori tutto ciò fa solo comodo. Terrore, è tutta una questione di fottuto terrore.

  • francescodimitri

    Lara: allora non capisco bene l’argomentazione… se ti va, spiega pure.

    Okamis: no, non ho ricevuto mail! Prova a rimandare, che temo non sia l’unica che ho perso, di recente. Quanto al resto: io anche me ne frego dell’origine, sia da lettore che da scrittore, e non credo a chi dice che bisogna ‘sostenere’ il prodotto italiano in quanto tale. Ci mancherebbe. Ma il fatto che l’Italia non sia in grado di generare una cultura (ripeto, in senso antropologico) in grado di camminare con le sue gambe, mi pare un dato di fatto. Messo in evidenza da Lucca, appunto. Un dato piuttosto grave..

  • Lara Manni

    Semplicemente, ho la sensazione che ci sia una nostra tendenza (non di pochi, Okamis, è qualcosa di generalizzato) all’autismo, a dialogare solo fra noi e sul nostro specifico. Ci sono argomenti, letture, tematiche che, per me almeno, attraversano i generi e che forse sarebbe interessante condividere non certo con Silvia Avallone o scrittori di quel tipo, ma anche con altri autori e lettori.
    Faccio un esempio piccolo: quest’estate ho letto il romanzo di Moresco, che può piacere o non piacere, ma di certo attraversa il genere, esattamente come fa Sandro Veronesi in XY. Ripeto, sono testi che possono piacere o non piacere: ma il fatto che ci sia, da parte del cosiddetto mainstream, un interesse nei confronti dei territori che frequentiamo, non dovrebbe portare un allargamento di orizzonti anche da parte nostra? E, magari, a parlare anche, che so, di Houellebecq (dico il primo nome che mi salta in mente) invece che concentrarsi su Martin (altro primo nome che mi salta in mente)?
    Perchè a volte la mia sensazione, se devo discutere sempre e soltanto di narrativa di genere (o fantastica, o chiamatela come vi pare), è quella di un impoverimento.
    Forse è un discorso sciocco: per me, comunque, è un’esigenza. Probabilmente individuale.

  • Okamis

    Stasera quando torno dal lavoro vedo di recuperarla. Conoscendomi avrò invertito qualche lettera nell’indirizzo… Su Lucca devo ancora ascoltare lo streaming della registrazione. Da quel poco che ho sentito in giro… vabbé, aspetto a parlare.

  • francescodimitri

    Lara: per come la vedo io, il ‘genere’ in Italia non esiste. Il ‘genere’ è prima di tutto un meccanismo produttivo, che comprende _anche_ lo scrittore, ma assieme a tutti gli altri pezzi della macchina. Non è necessariamente un bene, ma questo è, e in Italia, non c’è. Poi, non mi pare proprio che nella penisola il problema sia che si parla troppo di Martin e poco di Sandro Veronesi: semmai il contrario.
    Okamis: manda, manda che sono curioso. Ho avuto alcuni giorni in cui gmail mi mangiava la posta…

  • Okamis

    Rimandata. Rimango in attesa d’insulti ^_^

  • Thomas

    Tanto per rafforzare quello che ha scritto Francesco: 135,000 persone è stato il dato passato via interfono a manifestazione conclusa, nei giorni seguenti – in redazione – ci sono arrivate cifre che proponevano una stima maggiore.
    Il numero di utenze paganti sembra essere stato di 142,000 persone, una cifra superiore all’edizione 2009, nonostante la pioggia e tutti i pesanti disagi che da questa ne sono conseguiti.

    Oltre al discorso sul fantastico e su quanto esso (in Italia) sia visto, quando va bene, come una forma d’arte minore e, quando invece va male, sia considerato come ‘na roba da ragazzetti’, vorrei far notare un’altro fattore importante che – a mio parere – va molto a discapito del settore: i prezzi.

    io a Lucca ho lavorato e non sono riuscito a girare la fiera completamente (mezzoretta ritagliata la mattina presto, quella e solo quella), ma sono riuscito a spendere una piccola fortuna comunque.
    Non parlo della limited edition di Preacher, curatissima e finalmente editata come si dovrebbe, non parlo di fumetti rari o di edizioni esaurite di manuali famosissimi, parlo di novità, parlo di roba che ancora non ha valore collezionistico (considero il collezionismo la più grande fregatura del mondo, ma almeno ci sarebbe un motivo), parlo di prodotti dai prezzi improponibili per la qualità del prodotto stesso.
    Un esempio su tutti la nuova ristampa delle vecchie storie di Thor proposta da Panini, ovvero 36,00 € per aggiudicarsi il pack contenente un masterwork, un marvel collection e un numero di Thor & I Vendicatori.
    Certo c’è lo sconto di ben 8,90€ ma si parla comunque di storie vecchie, poi possiamo chiamarle classici quanto vogliamo, sono però storie che hanno il loro tempo e non prendiamoci in giro, di quel tempo ne risentono pienamente.
    Queste sono edizioni speciali, cartonate, super lusso, ok lo capisco, tuttavia non capisco come con tutta la roba che meriterebbe la pubblicazione e che in Italia non arriva, si possano dedicare volumi a storie che – nel bene o nel male – sono state pubblicate e ripubblicate a più non posso.
    Spendere 36,00 € per il ‘Thor Pack’ significa non spenderli magari per quel fumetto appena uscito ma che è in vendita nello stand un po’ defilato, significa non comprare il libro di Sine Requie perché – sti cazzi – abbiamo già speso un fottio a favore della nostalgia di un fumetto rieditato, significa non comprare quel manuale di quel gioco di ruolo che è ben curato, sì, ma costa.
    Insomma una politica editoriale del genere (condivisa dalle maggiori case editrici) va a minare un ambiente che già resta in equilibrio con difficoltà, che già non gode di ottimissima salute.
    Capisco che ognuno tiri l’acqua al suo mulino, queste strategie però alla lunga sono deleteree per tutti, non solo per i piccoli editori o per chi – con coraggio – propone cose nuove e intelligenti.

  • Ema

    @tutti.
    Dal mio limitato punto di vista di non addetto ai lavori, mi sembra – e qui vengo incontro a uno degli argomenti di Francesco – che nonostante l’industria viva perlopiù di prodotto straniero, e basta andare in libreria per accorgersene, la “critica d’elite” italiana si ostini a considerare solo o quasi il prodotto nostrano. Buono o cattivo, patrocinato o meno (okay, solo patrocinato e senza meno). E’ una contraddizione, no? Quasi come se la pancia spingesse da una parte e la testa da un’altra.

    Detto questo, verrà il giorno in cui NON mi perderò LuccaComics. Prima o poi.

  • Lara Manni

    Ema, la critica d’élite non considera, punto. E mica solo qui. Leggi quello che scrive King sui critici letterari…

  • Andrea

    Francesco dice una cosa molto interessante: “[…]il pubblico in Italia c’è, eccome, ma la produzione autoctona è scarsa”. Ma quali sono e come lavorano le “industrie” che dovrebbero garantire una produzione copiosa e di qualità (e sottolineo “di qualità”)? Prendiamo ad esempio il Giappone: la letteratura (fantastica e non) è collegata al mondo del fumetto che, a sua volta, è collegato alla produzione televisiva e a quella dell’intrattenimento elettronico, ecc, ecc. Esistono soggetti – aziende – attivi in tutti questi settori che hanno accesso al credito privato (spesso riuniscono in consorzio diversi sponsor), lavorano in sinergia tra loro e producono profitti in Giappone e all’estero. A partire da cosa? Da un idea fornita da un autore (e qui entra in gioco la qualità!). Non dico che sia un modello corretto e da replicare – secondo me ogni Paese dovrebbe trovare la propria strada – ma forse andrebbero prese in considerazione delle alternative che funzionano per svecchiare un po’ di cose anche in Italia, no?

  • francescodimitri

    Thomas: sono d’accordo. Ma il problema è, ancora una volta, industriale. Mi spiego. A parte politiche editoriali suicide (e ci sono), quando un editore è sano, se fa prezzi alti, è perchè fa tirature basse. Se ristampo Arthur Machen in un hardcover di qualità, sarò costretto a fare prezzi alti, perchè la tiratura sarà bassa. L’atteggiamento grave (e, appunto, suicida) arriva quando tieni alti i prezzi perchè hai paura di fare tirature alte. Ma una tiratura bassa significa meno presenza in libreria, e quindi, nel mercato italiano (in cui la posizione in libreria conta molto più di duemila recensioni), tenderai a vendere di meno, in una profezia che si autoavvera. E che, considerati i 142.000 lucchesi, sarebbe possibile, con tutta evidenza, infrangere. Se solo qualcuno volesse rischiare.

    Ema, Lara: la critica non conta quasi niente, a livello di venduto – è un segreto di Pulcinella dell’editoria. E a livello intellettuale, sapete come la penso. Ma io qui non sto facendo un discorso intellettuale, estetico, o altro, sto facendo un discorso economico, di apparati industriali. E della scelta che sono chiamati a fare tra un investimento più o meno sicuro ma che giocoforza, sul lungo periodo, mette in trappola (il prodotto straniero) e uno su un prodotto più difficile da trovare, da formare, da vendere, ma che crea industria reale (il prodotto italiano). Non sto dicendo di tradurre meno, ci mancherebbe: se non leggessi Inglese, sarei terrorizzato a una prospettiva del genere. Sto dicendo che con 142.000 paganti, c’è gioco per miriadi di strategie nuove. Sto dicendo che un’industria di genere deve avere un nucleo di scrittori tecnicamente bravi che scriva un paio di libri l’anno ciascuno, che vengano pubblicati in paperback a bassissimo costo, con anticipi che permettano a quegli scrittori, almeno, di campare. Sto dicendo che un pubblico che renda possibile una cosa del genere esiste. E che se non si fa, è per una lunga serie di motivi: mancano le professionalità (ci sono, ma sono poche, e bisognerebbe formarne altre), manca la voglia di rischiare. Manca, in una parola, il sistema, e non lo crei da un giorno all’altro.

    Andrea: sfondi una porta aperta. Ma per fare una cosa del genere servono, a caso, editor che conoscano il genere (io ne ho trovati, ma sono molto, molto fortunato), editori che abbiano voglia di rischiare, uno stuolo di sceneggiatori e scrittori che siano almeno tecnicamente decenti (e quelli che lo sono in Italia si contano sulle dita di… vabbè). Niente di improponibile, nel corso degli anni, intendiamoci. Ma è di quello che parliamo: anni. E finchè non avremo un sistema del genere, parlare della presenza di un genere, in Italia, mi sembra prematuro. C’è un filone, semmai. Ma come disse l’inimitabile Gino Frezza (mi pare), la caratteristica del genere è che è un meccanismo produttivo, quella del filone, che è una cosa che scavi, scavi e alla fine esaurisci.

  • Andrea

    Partendo oggi come minimo servirebbero dai 10 ai 15 anni per creare una filiera industriale del tipo di cui si diceva. Dal 16° anno in poi dovrebbero arrivare gli utili (il che non è garantito… ma questo è il rischio d’impresa, no?). Nei primi 15 anni di attività ci sarebbero solo perdite, selezione del personale, localizzazione dei distretti produttivi, campagne di formazione massiccia (con stage e viaggi all’estero dove queste cose già le fanno) per acquisire competenze e professionalità e giri infinite di consultazioni e abboccamenti tra le aziende (non solo italiane) che operano nel settore dell’editoria, dell’intrattenimento, della produzione cinetelevisiva. In Italia le cose sono ancora più complicate perché non abbiamo più la cultura della grande industria (che, da un certo punto di vista, faciliterebbe le cose), però abbiamo ancora la cultura del consorzio e questo potrebbe essere un punto a nostro vantaggio. A monte di tutto c’è la volontà di produrre e di investire a lungo termine: una prospettiva che fa stringere le chiappe al 99% degli imprenditori e dei finanziatori italiani. Oggi, sfortunatamente, va di moda il “pochi, maledetti e subito”. Forse una realtà del genere si potrebbe ipotizzare a livello europeo…

  • francescodimitri

    Andrea: ecco il punto. Finchè non abbiamo un sistema così, non ha alcun senso parlare di ‘genere’ – a meno di farlo senza alcuna prospettiva storica riguardo al tipo di editoria (e di cinema) in cui il genere è nato. Poi, si può dire che un sistema del genere l’Italia non lo vuole (si possono dire un mucchio di sciocchezze), e va bene. Ma se fingiamo che ce l’abbia già, o anche che ci sia soltanto vicina, stiamo soltanto dando fiato alle trombe. Poi, non significa che non possano uscire singoli bei libri e/o singoli libri di successo (o film o che altro), ma non fanno sistema, nè possono farne.

  • Andrea

    Io penso che la crescita del “genere” e lo sviluppo di un sistema come quello di cui si parlava qui sopra dovrebbe e potrebbe procedere di pari passo. Intendiamoci, possono esistere benissimo anche le due cose separate: ma, nella maggior parte dei casi, temo avrebbero entrambe vita breve. Poi ci sono i casi isolati in cui la qualità di un libro o di una serie di libri garantiscono longevità ma questa è un’altra storia… Calcola anche che alcuni settori “limitrofi” in Italia – in termini di produzione – non esistono proprio (l’intrattenimento digitale per esempio) o sono da riformare pesantemente. Insomma, per ora si fantastica sul futuro: fiato alle trombe! 🙂

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