Il gergo dell’Accademia

Come sanno i lettori più affezionati, non amo i cosiddetti ‘dibattiti culturali’. Passo buona parte della mia giornata a scrivere, e nel tempo libero, se devo scegliere tra un dibattito e una pinta al pub, ho pochi dubbi. Ogni tanto ci casco anch’io, nella tentazione del ‘dibattito’, perchè è pur sempre un perfetto momento di narcisismo per chi scrive o comunque fa un lavoro creativo. Di solito me ne pento, anche perchè molto di rado chi ha voglia di ‘dibattere’ è un conversatore interessante.

Detto questo, c’è un luogo in cui il dibattito è costante, ed è l’Accademia. Di nuovo: chi mi segue sa quanto insofferente io sia (diventato) nei confronti dell’Accademia, per motivi che ho spiegato altrove e non starò a ripetere. Quello che mi interessa qui è un’osservazione: l’Accademia, visto che vive soltanto di dibattito, ha sviluppato un gergo piuttosto denso. Non necessariamente profondo, ma denso.

Questo è successo un po’ ovunque (o, più modestamente: nei due Paesi che conosco, Italia e Inghilterra). In Italia, però, c’è un altro giro di vite: il gergo accademico è filtrato, scivolato, nel ‘dibattito’ in tutti i campi. Giornalisti, blogger, scrittori – tutti si esprimono come se fossero accademici.

I risultati sono in parte piuttosto buffi, perchè questo gergo viene usato in modo incauto. Ma, mirate! Semiotica! Gender studies! Post-strutturalismo (cui invariabilmente si arriva senza aver letto Lévi-Strauss, quindi post-nulla sarebbe un’espressione più adeguata)! Narratologia! Genre fiction!

In soldoni: c’è un ‘dibattito’ fatto da persone senza una solida base accademica che parlano come se ce l’avessero. Il che di per sè non è nè bene nè male, è un fenomeno.

Da un punto di vista cosmico, almeno, è solo un fenomeno. Io però ho un diverso parere. Il gergo accademico è in gran parte vuoto: come disse un grande professore che ho avuto (quelli grandi sono pochi, ma esistono – non ho pregiudizi), se non hai chiarezza d’esposizione, non hai chiarezza di pensiero. L’intero scopo di gran parte del gergo accademico consiste nel nascondere, sotto un velame esoterico, una desolante pochezza di pensiero, non più profondo del ‘like’ di Facebook.

Finchè questo succede in Accademia, c’è un senso: gli accademici ricevono uno stipendo, per quanto magro, e tutto sommato, devono sbarcare il lunario. Quando però questo gergo arriva in altri settori, il problema diventa più serio.

Perchè questo gergo, che è vuoto di senso ma si traveste da ciccione, inizia a influenzare seriamente la cultura di un Paese, cosa che l’Accademia, per fortuna, non fa più di tanto. Inietta nel sistema sanguigno di quella cultura una bolla di vuoto, che prima o poi arriverà al cuore e lo farà collassare.

Ecco, a naso, io credo che uno dei problemi italiani sia quello. E mi ricollego al post precedente: finchè non la piantiamo di dibattere e non proviamo a essere bravi e onesti, nello sfornare prodotti culturali, la situazione non migliorerà, e le 135.000 o più persone paganti di Lucca, pagheranno industrie straniere, di cui l’Italia è soltanto eco e portavoce.

A me non interessa. Io sono, neanche un europeista, ma un globalista – non mi sento Italiano, mi sento, perdonate l’orrenda retorica, cittadino del mondo. Dico solo che è un peccato; lasciare la produzione culturale in mano ad accademici e teorici vari è un po’ come lasciare il timone di una nave in mano a uno storico della navigazione.

Saprà spiegarti benissimo perchè la nave non si schianterà, e come farà a non farla schiantare.

Poi si schianta.

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24 responses to “Il gergo dell’Accademia

  • Emanuele

    Sto ancora ridendo per il gergo vuoto di senso che si traveste da ciccione. Fenomenale.

    Io aggiungerei una cosa sola (forse già implicita). Per me l’Accademia non ci sta influenzando solo nelle forme linguistiche ma anche in quelle di pensiero. Non trovi che la gente, forte di questo corredo linguistico rubacchiato qua e là, sia sempre più facile alla presunzione (perciò anche all’ignoranza – con cui riempiono quei termini della brodazza mainstream raccattata a buon mercato)?

  • francescodimitri

    Emanuele: assolutamente sì. E’ la potenza del gergo – sostituisce se stesso alla necessità di un pensiero. E ti permette di darti gran pacche sulle spalle con i colleghi.

  • Boar Shaman

    “Poi si schianta”.

    Sei un genio della sintesi 🙂

  • Valberici

    Hai notato che anche i politici cominciano ad usare lo stesso gergo? Si sente parlare di regole narratologiche, di simboli, significanti, segni, significati.
    Forse dobbiamo preoccuparci anche più di quanto già facciamo, forse.

  • Andrea

    Hai ragione: se un dibattito non produce alcun risultato pratico è solo un dibattito fine a se stesso (che, entro certi limiti, per me può anche starci… quattro chiacchiere inutili ogni tanto non fanno male). Se poi è ricoperto da un denso strato di linguaggio accademico (che agisce da anestetico cerebrale) impedisce persino di far emergere un problema, anzi lo nasconde. Ma forse lo scopo di questo genere di dibattiti è proprio questo: distrarti mentre stai andando a schiantarti.

  • storyteller

    Dibattiti pseudo-accademici che spesso nascono per una sola motivazione: distruggere.
    La “giusta distruzione” che si traveste da crociata, avvalorata da accademiche argomentazioni (o etiche argomentazioni) è strumento perfetto per attirare sguardi, per sfogare la propria rabbia, per vestirsi di celebrità farlocca.
    Nella distruzione ci si può crogiolare e divertire al tempo stesso.
    Un palazzo che cade per effetto della dinamite crea interesse.
    Però a guardare muri che si sbriciolano non si impara a costruirne di nuovi, no? E piazzare la dinamite nei punti sbagliati è più pericoloso che lasciare in piedi qualcosa di fatiscente.
    Purtroppo abbiamo una storia millenaria che si basa (anche) su insegnamenti distribuiti a destra e a manca da chi non ha titolo per insegnare. E non parlo solo della scuola, eh. Chiesa, politica, e ovviamente narrativa. Qui tutto funziona così, e la cosa assurda è che c’è un fracco di gente che si affida ciecamente a questo genere di maestri.

  • DaBlackMonk

    Bello il concetto di “obesità intellettuale”! 🙂

    “Chi parla male pensa male e vive male, bisogna trovare le parole giuste, le parole sono importanti” ( http://www.youtube.com/watch?v=91BTOjDQDjg )

    Nanni Moretti e il tuo professore parlano la stessa lingua!

    Il tuo cruccio è anche il mio, e nel mio ambiente, la “bulimia linguistica” fa più danni che il colera…

  • Ema

    Anche la bolla di vuoto iniettata nel cuore del Paese è notevole, come metafora. Emboli culturali, wow.
    Oltre al ciccione (che in questo caso è un valore pseudo-positivo, così come il bullo è giusto che sia grosso perché mena di più).

    Ecco come esprimersi in maniera chiara, significativa, e purtuttavia metaforica 🙂

  • francescodimitri

    Cinghialone: grazie!
    Clo: appunto…
    Val: ho notato, e anche secondo me la situazione è nerissima. Ma chi dovrebbe osservarlo, da questa situazione mangia (magari non ci diventa ricco, ma mangia). Problema, problema.
    Andrea: se pensi che questi dibattiti abbiano uno scopo così sottile, sei più ottimista di me. Io penso che lo scopo sia esistere: se non sai fare niente, puoi sempre usare molte parole (che non significa, ca va sans dire, saper usare le parole).
    Storyteller: sono d’accordo, e rilancio. In Italia c’è un vecchio vizio dei ‘colti’, che è quello di voler ‘educare’ le masse (a gusti ‘raffinati’, a sottili calembour, a ridicoli equilibrismi dialettici). Grandissima parte della narrativa italiana si regge sull’illusione che uno scrittore debba dire & insegnare, e un lettore apprendere. E questo genera orrori.
    DaBlackMonk: la bulimia linguistica è al tempo stesso trappola e scusa. Sai che invece su Moretti non sono d’accordo? Per quanto mi riguarda è parte del problema, più che della soluzione
    Ema: ‘azz, mi sono scappate delle metafore in pubblico. Sorry!

  • Andrea

    @francescodimitri: Sì, in effetti non avevo pensato che lo scopo potesse essere semplicemente quello di esistere. Certo il mettere in fila tante parole, magari forbite, non prova che tu esista e non costituisce di per se un’esistenza ma non mi stupirebbe scoprire che qualcuno pensa il contrario. Hanno ragione i francesi: Ce qui se conçoit bien s’énonce clairement! Quel che si concepisce bene si enuncia chiaramente… 🙂

  • lordbad

    Caro Francesco Dimitri,
    non ti scrivo solo per trovarmi d’accordo con questo articolo. In Itaglia siamo ormai abituati a un fiorire di inutili dibattiti, privi spesso della spinta appassionata dell’oratore. Anzi, questo articolo rappresenta solo un’opportunità come un’altra per suggerirti ciò che invece ho scritto io. “Scritto”…se così si può dire, diciamo che più che altro mi sono ispirato a due fondamenti: da una parte il discorso di Shakespeare, dall’altra il tuo geniale Manuale del Cattivo. A difesa di Scar (il “cattivo” de Il Re Leone) Buona Lettura, e grazie molte per l’attenzione. 🙂
    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2010/11/18/apologia-di-scar/

  • ilgiovannidellepaludi

    Invocazione: pan ci salvi dai “maestri” e dai parolai.

  • corpo 10

    Ovviamente il linguaggio in Italia è un problema. Un grave problema che va analizzato secondo tantissimi aspetti. Ad esempio si sono cristallizzate tra i parlanti delle espressioni stilizzate fisse, frasi fatte che hanno perduto significato proprio; es.: incidenti d’auto, sgozzamenti, uccisioni varie sono tutti “tragici incidenti”, “teatrino della politica”, “disagio giovanile”, “sentimenti ed emozioni vere”, etc. Questo è l’aspetto al rovescio della linguistica “alta” applicata alla società civile, ma non va sottovalutato. Poi purtroppo c’è il problema di chi usa un tipo di linguaggio che non gli compete o perché non è accademico o perché non ha fatto studi necessari per usare quel tipo di linguaggio. Il problema nasconde, a mio avviso, due fattori secondari: 1) alcune parole sono universali, come “segno”, “narrazione”, “filosofia” e non possono appartenere unicamente alla linguistica (e affini), perché fanno riferimento a tantissimi ambiti della comunicazione moderna, e in un certo senso è anche democratico che sia così. Non possiamo privare un contadino della possibilità di dire “ la mia filosofia di vita è: sudare nei campi per godere dei piccoli piaceri della vita”. 2) problema medium, il mezzo attraverso il quale qualcuno si impossessa di un gergo che non gli compete: televisione, radio, giornali, riviste, libri, (blog un po’ meno)… l’utente è bombardato da un certo gergo e tira oggi che viene domani pensa che “esegesi” sia applicabile alla riparazione di un motore.
    Ho divagato, lo so, ma forse non ho detto proprio stupidate.
    A questo proposito ecco perché noi di corpo10, abbiamo creato una coppia di personaggi sgrammaticati…leggere per ridere… http://collettivocorpo10.wordpress.com/category/le-ispezioni-di-fedele-la-causa/

  • francescodimitri

    Collettivo, un’osservazione, senza cattiveria: mio nonno era un contadino, e ne ho conosciuti tanti. Mai uno che direbbe una cosa del genere…

  • Thomas

    Credo che il vero problema dell’Italia sia quel modo di essere che sofistica il modo di essere.
    L’atteggiamento è tipico – e qui vado sul luogo comune forse – la macchina, il vestito, la settimana bianca, l’orologio, tutte forme di apparire in un certo modo, forme vecchissime e fisiche, che esistono da eoni.
    L’evoluzione (o involuzione?) ha portato comunque il solito cambiamento, ora l’acculturato è tremendamente IN, è d’obbligo – se vuoi essere alla moda – avere un’opinione su tutto e questa opinione deve essere sciorinata con affabulata eleganza.
    Peccato che la maggior parte degli individui che sposano questa “filosofia” risultano poi dei coglioni.
    Come dice Francesco, gli accademici fanno gli accademici e in genere se ne stanno anche per i fatti loro, la “Nuova Orda” invece travalica e prevarica spesso, altrettanto spesso critica (con cattiveria) e demolisce con un modo di fare senza senso.
    Chiariamo, termini tecnici come infodump, plot, metaplot, etc. li utilizzo anch’io, tuttavia quando vado a rileggermi quanto ho scritto mi domando sempre: “Ma ‘sta cosa è fruibile a tutti? Faccio capire se un prodotto mi piace o meno e – soprattutto – perché mi piace o non mi piace?”
    Questa specifica la trovo doverosa perché, proprio in merito a questo linguaggio accademico, spesso mi trovo a leggere blog di “recensori occasionali”, pieni di forbite frasi (e spesso di veri e propri neologismi), accorate e ben scritte invettive che, lo ammetto, quando ben confezionate mi strappano un sorriso (effettivamente spesso in questo Paese vengono pubblicate delle porcherie), successivamente però mi fanno riflettere.
    Un prodotto può piacere o meno, il Web 2.0 permette (fortunatamente) di dire la propria a chi prima non poteva, v’è necessità di essere sgradevoli nel farlo?
    V’è necessità di apparire spocchiosi e (qualche volta) ineducati?
    Purtroppo la risposta è “Sì”, e la necessità nasce dal fatto che un insulto o una critica cattiva, nascosta da un linguaggio forbito, ti fa apparire “sgravato”.
    Per fare un parallelismo assurdo è un po’ come quando sento qualcuno dire “Puoi incazzarti e insultare a parole quanto vuoi, non è giusto agire fisicamente!” e ho sempre pensato che questa sia la madre delle cazzate perbeniste, la prepotenza è prepotenza, sia verbale che fisica, anzi spesso quella verbale è ben peggiore… ma questa è solo una parte del problema.

  • imadashell

    E’ sicuramente vero che oggi molte più persone hanno accesso a terminologie specialistiche e si azzardano ad usarle pur senza averne le basi teoriche, semplicemente perché è di moda. Fa parte della cultura della fuffa, la stessa per cui un critico d’arte telegenico viene invitato a parlare di efferati omicidi o una soubrette di letteratura. Però io contestualizzerei la cosa un po’ di più. Accanto alle pseudo accademiche, avventurose recensioni improvvisate del Web 2.0, abbiamo un linguaggio che va sempre più impoverendosi, sui giornali e sulla televisione (che resta comunque il media più usato in questo paese). Insomma accanto ai (pochini, da noi) che abusano in modo un po’ ridicolo di termini specialistici non sempre compresi, abbiamo i molti, moltissimi, troppi che usano un linguaggio fatto di 200 parole messe in fila abbastanza a caso (secondo me questo è il caso anche di buona parte della nostra classe politica, tra l’altro). Le parole sono importanti, secondo me l’emersione di un linguaggio più elaborato, anche usato in modo non sempre pienamente appropriato e consapevole, ha il vantaggio di mettere in circolazione, in un acquario popolato solo da pochi pallidi pesci rossi, qualche bel pesce esotico. Magari carnivoro, che qualche pesce rosso se lo mangerà (parlo di parole non di persone). E poi, alle PAROLE potrebbero finire per seguire le IDEE. Se ripenso a come mi sono accostato a molte letture anche impegnative e del tutto al di fuori dei miei studi, mi accorgo che aver incrociato casualmente termini sconosciuti è sempre stata una occasione i approfondimento. Insomma il fenomeno ha (perlomeno) due facce. Bene denunciare l’abuso dell’accademia ma ricordiamoci sempre che forse il problema più grande è che troppe persone riescono esprimersi solo in termini di “bello” “brutto” e trovano immancabilmente “noioso” qualsiasi discorso che ecceda lo schema “sostantivo-predicato-complemento”

  • DaBlackMonk

    Posso capire come tu lo ritenga parte del problema, e forse hai ragione.

    Anche se non sono d’accordo sulla declinazione della battuta nel film, secondo me è vero che chi parla male pensa male e vive male, così come che chi vive bene pensa bene e parla bene, magari non grammaticalmente corretto, ma bene.

    Sarebbe bello sapere quanto il tutto risponde alla proprietà invariantiva, ma non è discorso da farsi ora, troppo tardi…

  • Andrea

    @francescodimitri:
    “Collettivo, un’osservazione, senza cattiveria: mio nonno era un contadino, e ne ho conosciuti tanti. Mai uno che direbbe una cosa del genere…”
    Sarò un po’ lento di comprendonio, ma non ho capito cosa intendevi dire. Cosa intendevi dire?

  • francescodimitri

    Niente di particolare, esprimo soltanto un dato della mia esperienza: i contadini non parlano così, le proiezioni dei contadini, sì. Cosa questo significhi, lo lascio all’interpretazione dei lettori.

  • Andrea

    Ok, ora ho capito, grazie 🙂 In effetti la semplicità e la concretezza dei nostri nonni (a proposito: il mio faceva il muratore) sono qualità che spesso sottovalutiamo e dimentichiamo. E’ un peccato…

  • corpo 10

    Ragazzi, ci mancherebbe, era una (e)semplificazione come tante, figurarsi se non porto rispetto a contadini, braccianti muratori e chi più ne ha più ne metta; anche i miei nonni lavoravano a mezzadria da un signore del posto ma non è una gara a chi ha origini più umili. Il discorso era un esempio (magari banalizzato) per dire che una parola può essere talmente universale da appartenere ad ambiti diversi. Il fulcro del discorso era un altro.

  • francescodimitri

    No, Corpo, per carità, nessuna gara. Volevo solo fare il punto su quanto un certo tipo di retorica ci permei e in più di un senso ci domini – tutti, me per primo…

  • corpo 10

    ah questo certamente sì. Ad ogni modo le discussioni di questo blog mi affascinano, bravo tu e i tuoi lettori

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