All’arrembaggio: storie digitali e non

[Questo è un post piuttosto lungo. Quindi, mettetevi comodi – o scaricatelo su un e-reader…]

Ho trovato una nuova versione pirata di Pan.

Mentre la prima era disponibile (e lo è tutt’ora) soltanto su emule, la seconda (che dalla prima, credo, deriva) è sul web. Googlate un istante e la trovate. Perchè ve lo dico? Non dovrei combattere questi cattivi, cattivi pirati?

Ragioniamo.

Prima di tutto, io credo nel copyright. Come ogni cosa, la normativa specifica è perfettibile, ma credo che una normativa ci voglia. Se un falegname fa una sedia, per averla, la paghi. Se un professionista produce contenuti, per averli, li paghi. E produrre contenuti professionali è un lavoro complesso, delicato, che richiede anni di studio e apprendimento, e paghi tutto questo. Se non paghi, stai rubando. Molto semplice.

O no?

Mettiamo che tu voglia pagare, davvero, sul serio, per una storia che ti piace. Il problema è: come? Nel mio campo finora la risposta era stata semplice: comprando un romanzo fisico. Risposta che davamo per scontata, ma che è relativamente recente: il ‘romanzo’ come forma narrativa e modello di business (perchè è sempre stato le due cose insieme) esiste da poco.

Il romanzo è solo un episodio, nuovo, nella lunghissima storia dello storytelling. Un episodio nato da due spinte. Una tecnologica: era possibile produrre carta, stamparla, trasportarla, tutto a costi relativamente contenuti. Per dire, senza l’ampia diffusione del treno, non ci sarebbe stata un’ampia diffusione del romanzo. L’altra, economica: il romanzo aveva senso come business model. Aveva senso scrivere storie e venderle sotto forma di romanzo, Spesso romanzo ‘d’appendice’; il business model prevedeva che i contenuti (la storia) venissero in un primo tempo serializzati su rivista, poi raccolti in volume.

Ci sono autori che dicono di scrivere per se stessi, che dicono di seguire un’urgenza nel farlo. Io, quando ho un’urgenza, vado in bagno – e il fatto che questi autori vadano a scrivere spiega, forse, la qualità delle loro opere. Scrivere è un lavoro. Un lavoro che, come ogni altro, richiede passione, gioia, ma che, come ogni altro, deve essere fatto per chi ne fruisce. La qual cosa non vuol dire inseguire ciecamente i gusti del pubblico – come diceva Oscar Wilde (se non sbaglio), chi segue le mode non arriva mai per primo. Vuol dire avere in mente a chi stai raccontando le tue storie, e come raggiungerlo.

Il mio ‘a chi’ è un pubblico che ne ha le palle piene di un certo tipo di cultura. Quella che riduce tutto a politica (dx o sx che sia); quella che pretende che esista una realtà unica; quella che considera il Leggere un Atto Sacro e guarda con disprezzo chi preferisce giocare a calcetto con gli amici. Il mio pubblico di riferimento legge perchè gli piace, non è interessato a sentirsi colto, non ha particolari frustrazioni nei confronti di chi dice di leggere Musil in vasca da bagno. So che questo è il mio pubblico non perchè io abbia fatto un attendo studio di marketing con grafici in Power Point, ma perchè è il pubblico di cui io stesso faccio parte: ad altri pubblici, con tutta la buona volontà, non saprei parlare.

Il mio pubblico è un pubblico che è spesso tecnologicamente avanzato. E’ un pubblico che non ha molta pazienza con le chiacchiere fatte in cattedra: vuole storie, e se un e-reader gliene può dare di più, più facilmente, di una libreria tradizionale, tanto meglio.

Questo dà al mio pubblico, oggi, una possibilità di scelta molto superiore rispetto a quella che aveva venti anni fa. Prima era costretto a comprare un brutto CD per avere le tre canzoni che gli piacevano; ora compra le tre canzoni.

E il punto è tutto qui: le canzoni che gli piacciono, le compra.

Conosco un mucchio di gente che lo fa, leggo di un mucchio di gente che lo fa. Quelli che dicono ‘non è vero! l’essere umano ruba ogni volta che può rubare, perchè sì’ mi danno la sensazione di parlare più di se stessi che degli altri. Il pubblico le compra, quelle canzoni, perchè sono facili da trovare, facili da scaricare, facili da pagare, e il prezzo è tutto sommato onesto. Quando un discografico si aspetta, al contrario, che quel pubblico sia ancora disposto a dare venti euro per tre canzoni decenti, scopre che i bittorrent le danno, beh, gratis.

Dei miei tre romanzi, solo l’ultimo, Alice, ha un’edizione legale in ebook. E quell’edizione è costosa oltre che difficile da scaricare (e fatti l’account adobe, e compra il libro, e verificalo, e spera che sul tuo e-reader giri, eccheppalle). Di Pan non parliamone: si trova poco in libreria, un’edizione elettronica non c’è. E quindi il mio pubblico che fa? Lo pirata.

La pirateria è furto. Io questo lo credo sinceramente. Credo che avere una cosa, prodotta dal lavoro di altri, senza pagarla, sia un furto. Ma credo che che sia necessario intendersi su cosa un ‘furto’ sia, e su quanto porti danno. Mai dare per scontate le cose.

Un’edizione digitale ufficiale di Pan non c’è. Quelli che lo vogliono leggere in digitale e lo piratano non mi stanno sottraendo un centesimo: non è che lo scaricano pirata invece di scaricarlo legalmente. Se non lo scaricassero pirata, non lo scaricherebbero e basta. C’è un sacco di gente, ne sono sicuro, che comprerebbe Pan se lo trovasse in ebook a sei, sette euro (prezzi più bassi non credo siano ancora possibili; ci si arriverà, forse, ma sto cercando di fare un discorso ragionevole, e pretendere di pagare due euro per un intero libro, al momento, ragionevole non è, a parte casi di serendipità). Un ebook facile da scaricare, facile da comprare, facile da passare su qualsiasi reader, economico.

Ma quell’ebook non c’è. E quindi il mio pubblico pirata. E fa bene. Io posso solo chiedere: se vi piace il libro, per favore, dopo averlo letto, compratelo in cartaceo, perchè quello passa la ditta.

Chiederlo educatamente, perchè i pirati di Pan non mi stanno ‘rubando’ qualcosa – stanno creando un prodotto che non c’è. Stanno riempendo un vuoto. Sono lettori in più che ho, non in meno.

E per Alice, che un’edizione digitale ce l’ha? Capiamoci: ‘edizione digitale’ non vuol dire ‘prendo un file e lo butto su IBS’. Vuol dire fare in modo che quel file sia scaricabile rapidamente e senza alcuna difficoltà (altrimenti, tanto vale andare in libreria), su molteplici device diversi, tutti integrati tra loro, e che abbia un costo congruo. Un’edizione così di Alice non c’è; quindi una vera edizione digitale di Alice non c’è.

Sono convinto che prima o poi ne uscirà una pirata. Quell’edizione avrà i suoi lettori. Lettori che magari compreranno in cartaceo il mio prossimo libro. O lo compreranno in ebook, se Alice gli è piaciuto e se comprarlo in ebook sarà meno-che-un-inferno.

Come ha scritto Nick Bilton in un gran bel saggio sull’argomento, le aziende stanno scegliendo il peggior nemico che si possa scegliere, e cioè, i consumatori. Io non voglio scegliere come nemico i miei lettori. Se piratano i miei libri è perchè vogliono leggerli. E molti di loro, moltissimi, capiscono perfettamente che, se i miei libri fossero gratis, io non potrei scriverne. E loro vogliono che io ne scriva altri (o magari si augurano che io non lo faccia mai, ma in quel caso non li comprerebbero comunque, e quindi, che male mi fanno, a scaricarli?).

Il punto è trovare un accordo. Il punto è trovare nuovi modelli di business quando i vecchi sono finiti. La pirateria non scomparirà, ma è compito degli editori e degli scrittori fare in modo che diventi una scelta discutibile, e non una quasi ovvia.

Una cosa cui ogni tanto penso è: fare un blog a pagamento, che affianchi questo. Un blog in cui mi impegno a postare regolarmente solo contenuti di qualità (racconti, brevi saggi, niente digressioni su me che me ne vado per boschi), cui si accede con un piccolo abbonamento mensile. Due euro al mese, diciamo. Funzionerebbe? Non lo so, ma è un’idea, e magari presto proverò a realizzarla. Di sicuro ce ne sono di più raffinate, su cui è possibile lavorare.

Non dico, attenzione, che il modello di business ‘vendita-del-romanzo’ sia finito. Dico che il bello degli ebook è che sono più leggeri e semplici da maneggiare dei libri cartacei. Se il costo diventa pesante uguale, e la difficoltà di accederci ancora di più, non hanno motivo di esistere. L’intero business model ‘e-book’ non ha motivo di esistere, se si ragiona come se fosse il business model ‘romanzo cartaceo’. Non lo è. E’ un business model diverso. Si fanno soldi in modo diverso. Quale sarà mai il problema? L’umanità è sopravvissuta a miriadi di cambiamenti, i cantastorie professionisti anche. Il cielo non sta cadendo: diventa solo più vasto che mai.

Parlando di vastità, merita un posto a parte l’iPad, o comunque l’arrivo dei tablet in genere. Per la lettura in sè, Kindle e ebook reader sono infinitamente superiori. In compenso i tablet sono un medium completamente nuovo; permettono di creare prodotti narrativi diversi, che non sono più libri, ma altro. Figo, no? Finora i tablet sono stati usati a un decimo delle loro potenzialità. Ho visto, alla fiera del libro di Londra, alcune delle cose che potrebbero fare in futuro. Serve creatività per immaginare qualcosa di diverso. Un intero nuovo medium da esplorare! Un intero nuovo medium per cui inventare formati, storie coinvolgenti, personaggi, cose.

Com’è possibile non trovarlo magnifico?

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18 responses to “All’arrembaggio: storie digitali e non

  • muspeling

    Molto, molto interessante questa argomentazione, che condivido anche.
    Almeno, lo faccio con la neocorteccia, mentre il mio sistema limbico qualche fremito di preoccupazione (per la pirateria) lo prova. In compenso, per quel che riguarda i tablet, zompa da bravo vitellone qual’è, il mio sistema limbico.

  • Valberici

    Sto riflettendo parecchio sulla “questione ebook” e aggiungo questo post al materiale in esame, senza commentare, per ora.
    Però ti dico che io Alice l’ho piratato…eggià. Il cartaceo l’ho comprato appena disponibile, e lo avrei fatto anche se non era scritto da te, infatti colleziono le copertine di Paolo.
    Ma a casa mia abbiamo tre lettori di ebook, io e mio figlio dei kindle e mia moglie un opus, e ormai sia mio figlio che mia moglie preferiscono leggere in digitale.
    Mia nipote recentemente voleva leggere il tuo libro, anche lei ha un kindle. Allora le ho detto: senti, te lo compro io su ibs e poi te lo metto sull’ereader. L’ho comprato, scaricato e craccato in formato mobi. A craccarlo ci ho messo la metà del tempo che ho impiegato per comprarlo.
    Ora non ti nascondo che quando compro libri in digitale lo faccio in società e divido in due il prezzo, ma solo se gli editori sono “disonesti”. Comunque libri cartacei che hanno più di 600 pagine non li acquisto, se non in casi eccezionali. L’ultimo è stato Limit e la sua lettura è stata una sofferenza.

  • francescodimitri

    Muspeling: quando c’è un cambiamento in corso, essere preoccupati è naturale, e anche sano. Ma ‘essere preoccupati’ non vuol dire necessariamente rinunciare al cambiamento; anzi. Quando sei su una buona moto, a volte eviti un incidente accelerando e non frenando…
    Val: anche Paola ormai legge quasi soltanto digitale, a meno di edizioni speciali. E io, anche a parità di prezzo, compro in digitale senza pensarci due volte. E se gli editori (e gli autori) non capiscono che la semplicità di acquisto è _uno dei prodotti che il lettore paga_ per un ebook, siamo molto lontani dal trovare un punto d’equilibrio…

    • muspeling

      Infatti, Francesco. C’è anche da ricordarsi di come i sistemi operativi su base DOS siano diventati uno standard sui pc: accettando (se non promuovendo sotto traccia) una discreta pirateria. Ciò tanto per fare un esempio.

  • 7

    Leggere (solo) per poi comprare (oppure per non comprare, a seconda del gradimento). Concordo. Ma anche per recuperare libri diventati irreperibili per le più svariate ragioni. La moltiplicazione digitale incontrollata come Arca di Noé del sapere.

    Se fossi a capo di una casa editrice, diffonderei di nascosto copie digitali dei libri da me pubblicati. Quale pubblicità migliore? Tra una pubblicità come tante (che non dice niente) e una copia pirata, la seconda è la scelta pubblicitaria più ovvia ed efficace anche per il più anziano-pensante dei lettori. Quando gli editori avranno capito questo, forse le cose miglioreranno. Sulle questione della semplicità di acquisto come veicolo per il miglioramento dell’ecommerce in generale, inevitabile darti ragione. Guardando in giro, sembra quasi che editori ed ebook-store facciano il possibile per frenare il cambiamento, vedi DRM e altre merdate simili.

    7

  • Daniel Travis

    Bellissimo post. Io ancora un e-reader o simile non ce l’ho, ma ultimamente sto cominciando a farmi due conti per acquistarne uno, e questo post fa venire decisamente l’acquolina in bocca – e fa riflettere bene, su molte cose.

    (E poi c’è un bottone sul tuo blog con su scritto “Allons-y”, il che ti fa guadagnare un tot di punti.)

  • Ema

    Concordo in pieno. L’accessibilità del medium, intesa come semplicità ed economicità, è la chiave. Se devo anche solo impegnare il cervellino, alla ricerca di relax, diosanto, per ottenere un e-book… Beh, vado in libreria. O lo scarico a dorso di mulo, riservandomi poi di comprare il cartaceo se il gradimento è alto. Sono ragionamenti che faccio da anni, ossia da quando tenere dietro alle mie “voglie” di lettura è diventato penosamente costoso (sotto tutti i profili).
    E’ bello vedere che qualche scrittore la pensi come molti lettori, posto ovviamente che uno scrittore il più delle volte fa parte dei lettori e così via. E sottolineo “il più delle volte”.
    Appendicio solo un pezzettino, sulla tua idea del blog a pagamento: io sono sempre molto contrario agli abbonamenti, e più propenso al pay-per-view, ossia al pago ciò che voglio. E’ il principio che hai già enunciato: compro quelle tre canzoni perché mi piacciono, e non tutto l’album.
    Ora è vero che, stimando l’autore, due euro al mese ce li butti senza pensarci. Però magari, anche in prospettiva “propagandistica”, sarebbe più efficace pagare un tot a pezzo, leggendone una sorta di anteprima (o incipit, o sinossi). Mezzo euro, o addirittura 0,x centesimi a parola, proprio come venivano pagati gli scrittori americani dalle riviste. Che dici.

    OT. Impossible Astronaut, arrivo.

  • Perle dal web (4-2011) « La torre di Tanabrus

    […] Francesco Dimitri parla di pirateria digitale, di diritti degli scrittori e dei lettori, della scrittura. Un ottimo post, come sempre sono al 100% con Dimitri. La cosa comincia a diventare inquietante. […]

  • Emanuele

    La cosa si fa seria se si pensa che tutto il mondo dell’informazione è in totale balia del cambiamento e, per ora, non sa quale sia il business model da intraprendere. Molti quotidiani hanno già iniziato a mettersi a pagamento, con abbonamento o acquisto occasionale. La questione si fa invece davvero complicata per i libri . Mentre per i giornali ci sono nuove idee su come fare informazione (magari sono anche scarse, ma la scelta c’è), come cambierà la narrativa?

  • Bruno

    La pirateria è furto, e allora la maggior parte delle case editrici (e tutte quelle che davvero contano nel mercato mondiale, probabilmente) ha scelto il DRM, che è un altro furto.
    Il mio lettore di ebook sta facendo le ragnatele, salvo qualche rara occasione. L’avevo comprato con entusiasmo, invece mi sto ancora riempendo la casa di carta. Questo per me è lo stato attuale delle cose nella “rivoluzione informatica” dell’editoria.

  • ilgiovannidellepaludi

    Per me, la pirateria deve costituire un illecito, ma non è un furto.
    La liceità del “furto” (come possibilità dell’aggressione al possesso materiale) renderebbe impossibile la convicenza civile.
    Per la tutela della proprietà intellettuale, le cose stanno diversamente e molto dipende dal tipo di bene tutelato.
    Per esempio, non mi sembra che il carcere sia una misura idonea a sanzionare chi scarica o copia le canzoni di Albano (magari bisognerebbe punire chi le compra…).

  • Tricks

    Perdona l’ovvietà, ma non puoi semplicemente aprire un conto Postepay/Paypal ‘for pirates only’ ?
    Per spiegarmi meglio abbozzo un business model on the fly.
    I tuoi lettori si suddividono in tre tipi:
    – il Regolare, cioè quello che ha pagato il digitale o cartaceo e se lo legge.
    – l’Irregolare, che è quello che ha scaricato e vorrebbe pagarti ma non ha un canale.
    – lo Scroccone.

    Il Regolare è il caso base, lo Scroccone è un caso perso e l’Irregolare è il caso in esame.

    Il Regolare paga prima di valutare il prodotto. L’Irregolare avrà desiderio di pagare solo se ha apprezzato.

    Innanzitutto dobbiamo dare all’Irregolare un modo per pagare (eg.: ‘non ho trovato Pan in libreria, me lo sono scaricato, mi è piaciuto e voglio premiare direttamente Francesco e non la casa editrice antipatica che non ha distribuito abbastanza copie’),
    dunque apriamo un conto Paypal or whatever.

    Poi vogliamo che:
    1) gli Scrocconi diventino Irregolari
    2) gli Irregolari siano invogliati a retribuire l’autore
    3) il Regolare abbia sempre almeno un valore aggiunto in più rispetto agli Irregolari altrimenti si deprime e rosica.

    Gli obbiettivi 1 e 2 ruotano intorno alla domanda: ‘perchè dovrei pagare una cosa che posso avere gratis ?’. Nella mia esperienza di persona che ha pagato cose che poteva
    avere gratis ci sono tre risposte:
    a) Empatizzo con l’autore ed il suo lavoro
    b) Non mi voglio sporcare il karma
    c) Credo nel capitalismo

    Dunque un primo approcci all’ editorial paradigm shift può essere che sui libri, oltre a scrivere ‘attenzione, i diritti sono riservati e se vi fate le fotocopie andrete all’inforno’, l’autore si potrebbe rivolgere al suo pubblico e dire ‘caro lettore pirata con cui ho comunque stabilito un buon rapporto tanto che se mi mandi le email ti rispondo, se empatizzi col mio lavoro oppure credi nel capitalismo o semplicemente non ti vuoi sporcare il karma perchè nonmi fai una donazione?’.

    L’obbiettivo 3 resta invece il punto debole del modello.
    Se il lettore ha comprato il cartaceo dovrebbe bastargli il valore aggiunto di avere la carta giusta e la copertina giusta (aka feticismo), e magari anche il pensiero che quando incontrerà l’autore questi gli firmerà la sua copia.
    Se il lettore Regolare ha comprato il digitale e lo ha pagato 10 euro e vede che l’Irregolare lo ha scaricato e poi ha ‘pagato’ l’autore 5 euro perchè gli sembrava il prezzo giusto allora c’è poco da fare: il Regolare rosica.
    Possibili soluzioni:
    – le copie digitali le distribuisce solo l’autore sul suo sito con una comunicatività tale da non far rosicare chi ha pagato di più.
    – si crea una Hall of Fame di chi ha comprato il digitale regolare e questi verranno premiati in qualche modo.
    La qual cosa crea anche community intorno all’autore, il che non guasta.

    Il post è finito. Il post contiene più spunti di quanti possono apparire ad una prima lettura. Il post si conclude definitivamente con l’augurio che l’autore del post abbia scritto un post interessante.

  • Pia

    Credo che un libro in formato digitale – pirata o no – rappresenti un’opportunità in più piuttosto che una minaccia. Ho un reader e mi è capitato di scaricare pdf di romanzi che posseggo anche in edizione cartacea. Perché? Perché se devo trascorrere un week-end fuori casa con tutta la buona volontà non posso portarmi tutti e sette i libri di Harry Potter o la trilogia di turno. Un solo reader pesa molto meno. E ora magari scaricherò anche Pan, di cui ho una copia cartacea e pure autografata dall’autore!

  • francescodimitri

    Innanzitutto, un ringraziamento generale: mi state dando molto cibo per il pensiero, e non è detto che qualcosa non si muova, nei prossimi mesi. Vedremo.

    7: per quanto un cambiamento possa essere rallentato, prima o poi arriva. Qui negli UK è già una realtà assodata. Mi chiedo cosa succederà quando, inevitabilmente, l’onda di maremoto arriverà in Italia…

    Daniel: se vuoi un consiglio, comprati un ereader. Il Kindle, in particolare: se leggi l’inglese ha qualcosa di davvero magico. Vuoi un libro, click, ce l’hai. Non è perfetto, ma, appunto, esperienza di acquisto semplicissima e gratificante, libri a prezzo in media onesto (si potrebbe fare di meglio, ma il mercato questo è, al momento), resa ottima.

    Ema: elaboriamo. L’idea di uno store (o di una App personale) con contenuti a pagamento è una delle cose con cui sto giocando. Credo sia un pelo più complessa dell’abbonamento: per avere senso, una cosa come quella che proponi dovrebbe offrire qualcosa di diverso rispetto, per dire, al Kindle store, mentre con l’abbonamento faresti una ‘subscription’ a dei contenuti che ti arrivano, e che poi tu consumi su qualsiasi device tu voglia. Ma capisco (e condivido) il senso di fondo del tuo discorso. Se tu o altri avete voglia di discuterne, lo faccio volentieri. E quest’inizio di stagione del Doctor è esplosivo, punto.

    Emanuele: cambierà, ed è questo l’importante. Solo le cose morte smettono di cambiare (e neanche…).

    Bruno: amen, però aggiungerei ‘in Italia’. Ma ancora una volta il DRM è solo parte del problema. I file Kindle sono drmati, ma il device in sè è così ben collegato allo store, così semplice, così efficace, che il DRM te lo dimentichi del tutto…

    Giovannidellepaludi: se pirati Albano, ti stai punendo da solo…

    Tricks: è un’idea davvero divertente, ma con due problemi. Primo, a me piacerebbe fare qualcosa di più professionale, che possa diventare in qualche modo ‘sistemico’, se ha successo. Secondo, non potrei, legalmente, chiedere soldi a chi legge copie pirate di Pan, perchè Marsilio (che pure Pan lo ha distribuito male, promosso peggio, un’edizione digitale non l’ha fatta, etc.) poi potrebbe farmi un discreto servizio in tribunale. Così va la vita… Ma il modello di cui parli ha molto, molto senso. E’ il tipo di modello che ho in mente anche io, e mi consola vedere che i lettori lo condividono. Bisogna vedere come implementarlo.

    Pia: appunto. Con quello che costano le edizioni cartacee in Italia, io proporrei almeno di regalare un download digitale a chi compra un hardback (tipo Alice). Magari per il prox libro lo propongo. Se sentite l’eco delle risate, sapete da dove vengono…

  • giorgio fontana

    condivido ogni virgola.

    da neo possessore di kindle, molto soddisfatto dello strumento, non posso che biasimare la politica assassina nei confronti del lettore da parte di molte case editrici nostrane: giusto ieri ho acquistato un libro dimenticandomi che con i DRM adobe non potevo convertirlo da epub a un formato compatibile con il mio lettore (come notava bruno). e quindi non leggerlo dove andrebbe letto: a meno di non crackarli illegalmente, cosa che ho fatto, con un curioso paradosso: ho dovuto compiere un’azione illegale per ottenere qualcosa che legalmente mi spettava, visto che non l’ho fatto per metterlo in giro ma per leggerlo io e basta.
    a parte i prezzi molto alti, la scarsità di edizioni digitali italiane ben fatte e il proliferare di formati e incompatibilità varie provoca un sentimento di rabbia nel puro fruitore che ieri sera, mentre smanettavo per crackare, mi è parso folle. un po’ come se io comprassi un libro a torino senza poterlo leggere a milano.
    fare del male così ai lettori e ai curiosi è un gran peccato.

    gio

  • Gabriel

    Ti ho trovato su una copertina, mentre facevo ricerche su carroll, ti ho inseguito in internet, qui, poi indietro, fino alle case stregate, fino alle collaborazioni, ti ho letto su emule, nelle anteprime di amazon, nelle foto in cilindro e occhialoni. Ti sei guadagnato uno scaffale nella mia libreria, che non è immensa, ma nemmeno minuscola, ho spostato Inazo Nitobe ed altri vecchi dormienti, per riporli in luoghi più sicuri, ormai temono l’umidità. C’è una nicchia nella mia libreira, Alice e Pan sono già li “La ragazza dei miei sogni”, in arrivo…Se tu continuerai a scrivere come devi, io continuerò a farti spazio tra i miei scaffali. E’ un patto.
    “In grazia ti incontro, in grazia mi congedo, mi si illumina la guancia, ed il cuore si riscalda.”

    Gabriel.

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