L’Età Sottile: Anticipazione

[Tutto per voi, in anteprima, l’inizio di L’Età Sottile.

E’ un libro cui tengo molto, sia per la storia che racconta, sia per altri motivi. Molti altri motivi, alcuni dei quali vi racconterò.

Spread the love! Condividete questo incipit, copiate e incollate, fate girare la voce, preordinate il libro – il marketing aiuta, ma la passione dei lettori veri molto di più.

Pronti? Via.]

Lo incontrai per la prima volta a quattordici anni. Era la fine dell’estate, che a quell’età somiglia alla fine del mondo. L’estate ha un brutto modo di andarsene: muore lentamente, come una persona malata quel tanto che basta da darti il tempo di soffrire ma non quello di abituarti all’idea che non ci sarà più.

In estate vivevo a Portodimare, sullo Ionio, un pezzo di Mediterraneo che prende il nome da qualcuno che Ercole uccise per sbaglio. La mia estate cominciava ai primi di giugno e finiva a metà settembre, seguendo il ciclo implacabile del sole italiano. È un sole cattivo, che brucia piante, persone e animali, che sembra accanirsi come un nemico, una bestia che vuole consumare tutto, tutti, ogni cosa sul suo cammino. È un sole che ti fa sudare e bestemmiare e ti mette, se hai cervello, paura. È il sole di un pianeta alieno, e anche se è in Italia che sono nato e ho trascorso la prima parte della mia vita, è un sole cui non mi sono mai abituato.

Quell’estate avevo perso molti amici. Fino ad allora le amicizie estive erano state dettate dalla topografia: amici erano i ragazzi che vivevano vicino casa, che andavano sulla mia stessa spiaggia, che avevano genitori conosciuti e approvati dai miei. Ma all’improvviso la topografia si era dissolta. All’improvviso le nostre biciclette ci portavano più lontano, e qualcuno aveva addirittura uno scooter. All’improvviso la sera potevamo stare fuori, in giro, più a lungo, e tutti facevamo sfoggio di sigarette e birra. Non erano un fenomeno nuovo, ma fu quell’anno che esplosero tra di noi: era come se tutti avessimo voglia di fumare, ubriacarci. Eravamo più liberi, più adulti. Questo significava che potevamo scegliere gli amici, che non avevamo più gabbie. Spiagge nuove! Strade da scoprire! Eravamo cresciuti, e questo ci rendeva più forti.

Ci rendeva anche più soli.

Al momento della scelta pochi dei vecchi amici avevano scelto me: credo che li mettessi a disagio. Certi dettagli del mio carattere erano evidenti già allora, almeno agli occhi di un altro ragazzo. La cosa non mi aveva reso triste a lungo. Per ogni amico perso ne avevo guadagnato uno nuovo: ero piuttosto popolare, non per qualche merito speciale, ma perché venivo da Roma, la capitale, la grande città, e questo mi rendeva interessante. Marcavo il mio accento e indossavo soltanto magliette comprate là, nella metropoli.

Prima che incontrassi lui, c’era stata una ragazza. Fu la scoperta più interessante di quell’estate, più delle sigarette, più dell’ubriachezza molesta e, almeno sul momento, più del Maestro. Si chiamava Giuliana o Giulietta o qualcosa del genere – non l’ho più rivista, e da allora è successo troppo perché io possa ricordare un nome. Sono altre le cose che ricordo. Più di tutte: la prima volta che l’ho baciata, la prima volta che baciavo una ragazza. Fu un affare strano, quelle labbra umide, piccole, che si posavano sulle mie. Durante il bacio non smisi di pensare per un istante: la saliva dei maschi mi fa schifo, quella delle femmine no, perché? Ero molto confuso. In quel momento il mondo sembrava apparecchiato giusto per noi: era notte ed eravamo in spiaggia, e c’era silenzio, e il riflesso della luna era un cono di luce sull’acqua nerissima. Una parte di me trovava la scena dolciastra, intrisa di retorica da canzone. Un’altra parte avrebbe voluto abbandonarsi al momento, a Giuliana o Giulietta o come si chiamava, e scoparla fino all’alba. Fu soltanto un bacio, ma fu l’esperienza più selvaggia che avessi mai vissuto.

Restammo insieme per meno di quattro settimane, poi agosto finì e lei dovette tornare a casa. Veniva anche lei da fuori, dalla Germania, addirittura, figlia di emigrati di seconda generazione.

«Non c’è da essere tristi» le dissi. «Tanto restiamo insieme, no?»

Da come mi guardò era evidente che no, non restavamo insieme. Mi spiegò che era meglio così, che eravamo troppo lontani, e mentre me lo spiegava, piangeva. Erano lacrime false, lo sapevo io e forse anche lei. A Giuliana o Giulietta piaceva l’immagine della tristezza, il ruolo da recitare, ma la verità era un’altra: lei aveva preso quello che voleva e ora tutto era finito. Era quanto avevo fatto anche io, ma io ero sicuro che il mio fosse amore, il più grande, il più profondo, un amore tanto immenso da divorare il sole. L’ultimo giorno di agosto lei partì, portando con sé quel che restava dell’estate.

La mattina dopo ero in spiaggia da solo, a guardare il mare, ricordare lei, e godermi la sensazione di essere cresciuto ancora un po’. Ero meno triste di quanto volessi pensare, ma esserlo in riva al mare mi piaceva moltissimo. Mi concentravo sul mio dolore e sulla splendida immagine che costituiva.

Ecco perché non lo vidi arrivare.

Lo vidi solo quando era a pochi passi da me. Camminava sul bagnasciuga, con abiti poco adatti alla spiaggia: indossava una camicia bianca e un completo nero, i pantaloni rivoltati al ginocchio. Non aveva scarpe, non aveva borse né occhiali da sole, soltanto camicia, pantaloni e giacca. Dietro di lui le orme si perdevano in lontananza, cancellate qua e là dalla risacca. Doveva aver camminato un bel po’.

«Ciao» mi disse.

«Buongiorno» risposi io.

Non avrei saputo dargli un’età: poteva averne una qualunque tra i quaranta e i settanta anni. Di certo aveva vissuto.

Mi si fermò di fronte, mettendosi tra me e il mare.

«Posso chiederti una cosa?»

Io non avevo voglia di parlare, ma ero un ragazzo educato. «Certo».

«Sei triste. Perché?»

«Niente di speciale».

«Non c’è bisogno di niente di speciale, per essere tristi».

Scrollai le spalle: non volevo parlare dei fatti miei.

«Niente, davvero».

«Donne, salute, denaro» disse lui, muovendo l’indice all’altezza del naso, come a toccare tre tasti invisibili. «Quale dei tre?»

«Donne». Il modo in cui lo sconosciuto aveva posto la domanda mi aveva spinto a rispondere: era una chiacchierata tra uomini, una cosa da adulti.

Lui scosse la testa. «Il primo inghippo, il peggiore. Che ti ha fatto?»

«Se n’è andata».

«Con un altro?»

«Andata e basta».

Mi si avvicinò a passi lenti e mi si mise a sedere di fianco, con le gambe larghe, piegate, e le braccia posate sulle ginocchia. «È la fine dell’estate: si porta via molte cose».

Se mi avesse detto sei giovane, sei piccolo, per l’amore c’è tempo, l’avrei detestato. Ma lui mi trattava da pari. «Già».

«Come si chiama?»

Dissi il nome.

«È bella?»

Feci cenno di sì con la testa.

«A volte penso che le donne dovrebbero nascere brutte. Tutte. Orribili, e insopportabili. Staremmo meglio, no?»

«Anche così hanno i loro vantaggi» risposi, con un sorriso.

«Per esempio?»

«Le labbra» risposi d’impulso. «E…» mi guardai il petto.

Lui rise piano. «Sì, immagino di sì. Vale la pena soffrire».

«Lei dice?»

«Dammi del tu».

«Tu dici?»

«Quando impari qualcosa, ne vale sempre la pena».

Ci pensai un po’ su. Poi gli tesi la mano. «Gregorio» mi presentai.

Lui me la strinse con una presa salda. «Levi».

Come se presentarci fosse stato un segnale, si alzò, si sgranchì la schiena. «Sarà meglio che vada».

«Dove?»

Lui agitò la mano, vago, in direzione della spiaggia. «Mi piace camminare».

«Ci vediamo, allora».

Mi fece un cenno di saluto.

Fu così che si allontanò, e per due anni restò lontano.

I

Dimenticai presto l’incontro: era uno tra i tanti di una bella estate. Gli amici che avevo guadagnato erano più sinceri, più fighi, più, in generale, di quelli che avevo perso. Avevo imparato a fumare, mi ero ubriacato, avevo baciato una ragazza e avevo scoperto cosa significa essere lasciati (e anche, in fondo, provare sollievo nell’esserlo). Fu un’estate bella davvero.

L’ultima.

A volte guardo una mia foto che scattò Sara, mia sorella, a settembre, pochi giorni dopo l’incontro con Levi. Stavamo rimettendo a posto pacchi e pacchetti prima di ripartire per Roma. Indossavo un maglione di cotone troppo largo ed ero intento in qualcosa – non ricordo cosa. I capelli mi cadevano sulle orecchie e sul collo, lunghi e arruffati. Di me si vede poco: uno scorcio di fronte, un pezzo di naso (neanche i capelli riuscivano a coprirlo tutto), l’occhio destro. Quel poco sembra completo, in un certo senso, sereno. La foto è sgranata, scattata senza complimenti: anche per questo riguardarla mi fa effetto. Stavo crescendo e lo sapevo, e tutto andava bene. I problemi c’erano, certo: ero ancora triste per Giuliana o Giulietta ed ero spaventato dall’anno in arrivo. Era un terreno nuovo, quello che stavo per esplorare. Tutto cambiava, faceva paura, ma era anche eccitante.

In quel momento preciso, mentre mia sorella scattava, avevo raggiunto un punto importante, la fine di un ciclo. A quel tempo non sapevo che la tempesta fosse in arrivo. Sospettavo che qualcosa lo fosse, perché sentivo il pizzicore che ti prende quando i tempi stanno cambiando. Non potevo immaginare però quanto sarebbero cambiati. Non potevo immaginare l’oscurità, il dolore, non potevo immaginare che la bufera avrebbe travolto me, la mia famiglia, tutto.

Non potevo immaginare la gloria.

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